Cronaca
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Sottrae il figlio al padre e lo trattiene in Estonia. Il papà: 'Il mio bimbo tenuto in ostaggio'

Una mamma estone di un bimbo di cinque anni è a processo penale a Cremona perchè accusata di sottrazione e trattenimento del minore all’estero. A far partire l’iter giudiziario è stata la denuncia di papà Alberto, cremonese, al quale l’ex compagna aveva impedito per un certo periodo di vedere il figlio. La coppia si era conosciuta in Estonia dove, nel 2014, il bimbo era nato. Per i primi tre mesi la mamma era rimasta con il figlio a Tallinn, capitale dell’Estonia, in un appartamento che Alberto le aveva messo a disposizione. Poi, appena il piccolo era stato in grado di viaggiare, mamma e figlio si erano divisi tra Cremona e Tallinn. “Stavano a casa mia 15 giorni”, ha raccontato Alberto in aula, “e poi tornavano in Estonia per altri quindici giorni. A Tallinn la mia ex compagna, che ora si è risposata, oltre alla sua famiglia, genitori e fratelli, aveva un altro figlio di 10 anni”.

I guai, per Alberto, erano iniziati nel febbraio del 2017, quando ad un certo punto, sempre secondo la sua versione, l’ex compagna gli aveva detto che voleva restare in Estonia e che lui, suo figlio non l’avrebbe più visto. E così aveva fatto. Alberto, disperato, si era rivolto alle autorità consolari a Milano. “Volevo capire come poter tutelare i miei diritti di padre”, ha riferito al giudice, aggiungendo di essere successivamente venuto a conoscenza che in Estonia l’ex convivente aveva attivato un procedimento per togliergli la patria potestà. “A Tallinn”, ha spiegato Alberto, “il magistrato aveva caldeggiato affinchè arrivassimo ad un accordo, ma nè la mia ex, nè i suoi legali si sono mai degnati di rispondere. Alla fine era stato deciso che potevo incontrare mio figlio ogni due settimane in Estonia. Poi, però, è stato tutto disatteso. Fino al luglio del 2017, quando, dopo essermi rivolto agli assistenti sociali, ho potuto vedere mio figlio. In seguito il giudice estone ha deciso che potevo condividere le vacanze con il bambino, che però vedevo sempre in modo altalenante. Nell’ottobre del 2017 ho avuto il via libera per poter esercitare il diritto di visita, ma era come se mio figlio fosse in ostaggio della mia ex. Era come se fossi un baby sitter che si doveva attenere a tutto ciò che decideva lei”. “Le cose”, ha continuato Alberto, “hanno iniziato a cambiare solo da agosto 2018, quando la mia ex compagna è venuta a sapere di essere sottoposta a procedimento penale in Italia. In quei giorni finalmente al bambino è stata data la possibilità di venire in Italia per dieci giorni. In seguito è tornato a Cremona a settembre e poi più nulla fino a dicembre del 2018. Quest’anno, invece, sono riuscito a farlo venire in Italia con una discreta frequenza”.

Oltre alla testimonianza di Alberto, è stato sentito anche un dipendente dello studio in cui Alberto lavora. Il testimone ha riferito di aver assistito a telefonate via Skype tra padre e figlio. “Telefonate, però, in cui spesso succedeva qualcosa di strano”, ha riferito il testimone: “una volta, ad esempio, il collegamento è stranamente sparito, mentre un’altra ho visto qualcuno mettersi davanti allo schermo per impedire la comunicazione”.

L’udienza è stata rinviata al prossimo primo aprile per la lettura della sentenza.

Sara Pizzorni

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