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Violenza sessuale e stalking:
la vittima lavora in zona
'rossa', ma l'udienza si tiene

I testimoni risiedono a Pizzighettone, considerata, per l’emergenza Coronavirus, zona ‘gialla’, e sono stati regolarmente sentiti, così come disposto dall’ordinanza del presidente del tribunale, ma la presunta vittima, anche lei residente a Pizzighettone, lavora in zona ‘rossa’, e più precisamente in una struttura di Maleo, ed ha un regolare permesso per recarsi al lavoro. Questa mattina il legale dell’imputato, l’avvocato Maria Laura Quaini, ha esposto la questione al collegio dei giudici, chiedendo un rinvio. L’istanza del difensore, in aula con indosso la mascherina, non è stata però accolta, e la presunta vittima è stata sentita. Non si è presentata, invece, un’altra testimone che risiede a San Fiorano, zona ‘rossa’ del lodigiano. Si dovrà presentare in aula il prossimo 14 aprile, data della prossima udienza.

I reati di cui deve rispondere l’imputato, che è ancora agli arresti domiciliari, sono quelli di violenza sessuale e stalking. I fatti sarebbero iniziati nel 2015. Per l’accusa, l’uomo, proprietario di un esercizio commerciale, dalla presunta vittima voleva molto di più di una semplice amicizia, ma lei è sempre stata legata al suo compagno, dal quale ha avuto tre figli e con cui, nonostante una separazione nel 2016, è sempre rimasta in buoni rapporti, tanto che sono tornati a convivere. “L’imputato”, ha detto oggi la donna, “conosceva mio fratello, e gli aveva fatto un sacco di domande su di me. Riuscito ad avere il mio numero, mi aveva chiamato chiedendomi se potevamo conoscerci meglio. Continuava ad invitarmi fuori, ma io non sono mai uscita e quando gli dicevo di no, lui era sempre offensivo”.

Secondo il racconto della donna, l’imputato avrebbe poi cominciato a ricattarla, dicendo di avere delle fotografie del suo ex con un’altra. “All’inizio, vedendo quelle foto, ci avevo creduto”, ha spiegato lei, “ma poi ho capito che erano fotomontaggi”. Per vedere le foto, lei aveva accettato di recarsi nell’appartamento dell’imputato: “Qui lui mi ha baciata con la forza e da quel momento mi ha massacrato di messaggi. E’ un pazzo scatenato: mi ha seguita al lavoro, mi ha minacciato di morte dicendomi che mi avrebbe tagliato la gola e facendomi il gesto della pistola, ha chiamato anche mia madre dicendo che avrebbe rovinato la nostra famiglia”. La donna ha riferito al collegio di aver visto l’imputato anche nel gennaio di quest’anno, nonostante fosse agli arresti domiciliari: “Sono andata a prendere mia madre per andare al supermercato e lo abbiamo visto andare avanti e indietro per la via e me lo sono trovato davanti anche in altre occasioni”.

In aula, la presunta vittima ha raccontato di un episodio accaduto nel 2018 durante il funerale di suo fratello: “Quel giorno in chiesa l’imputato ha messo la mano sulle spalle del mio compagno, dicendogli ‘Stai vicino alla tua t….’. All’inizio volevo sporgere denuncia, ma il carabiniere che mi aveva ricevuto non aveva voluto”.

Un altro episodio sarebbe avvenuto nel retro del negozio dell’imputato, nel giugno del 2019. “In quell’occasione”, ha spiegato la donna, “mi ha trascinato nel magazzino e messo le mani addosso, ha tentato di baciarmi e mi ha palpeggiata tentando di spogliarmi. Poi ha preso il suo telefono facendo una foto di noi due, dicendomi che l’avrebbe mandata al mio compagno.

Un mese dopo, il 22 luglio, i due si erano rivisti a casa di lui. “Volevo troncare tutto”, ha raccontato la donna, “e lui sembrava avesse accettato. E invece mi ha afferrato con forza, mi ha buttato sul divano e ha tentato più volte di fare sesso con me. A quel punto sono scappata e sono andata dai carabinieri per raccontare tutto”.

In aula è stato sentito anche il compagno della presunta vittima: “lei è sempre stata una persona solare, ma con quello che è accaduto è cambiata. Ha paura ad uscire di casa e a guardare il telefono”. Il testimone ha definito l’imputato “un grande pedinatore”: “sapeva i miei orari, mi inviava messaggi, mi scriveva di aver avuto 580 rapporti con la mia compagna, mi ha anche inviato delle foto intime di lei che aveva rubato dal suo telefono. Al funerale mi si era avvicinato da dietro dicendomi che ero cornuto e di starle vicino che aveva bisogno di me. L’ho seguito fuori e ho tirato un calcio al suo furgone dove era già salito per andare via”. “Sono stati cinque anni di disperazione”, ha aggiunto il testimone, che ha riferito anche di alcuni lividi notati sulle braccia e sulle gambe della compagna.

Il 14 aprile si torna in aula con l’esame dell’imputato e altri testimoni.

Sara Pizzorni

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