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Sanità verso il libero mercato:
cosa ci insegnerà
la vicenda Coronavirus?

da Tommaso Anastasio - Rete delle Comunità Socialiste della provincia di Cremona

Il Sistema Sanitario Nazionale, nato formalmente con la legge n.833 del 23 dicembre 1978, dava piena attuazione all’articolo 32 della Costituzione Italiana rimuovendo ogni sorta di impedimento o di possibile discriminazione (per censo, o, classe di appartenenza), elevando il concetto di diritto alla sanità a quello più universale del diritto alla salute come diritto fondamentale dell’individuo.
Una legge che aveva l’ambizioso ma, sacrosanto, obiettivo di uniformare, efficientare e capillarizzare il servizio sanitario su tutto il territorio nazionale. Purtroppo, negli ultimi trent’anni, le riforme a tale sistema hanno avuto come principi cardine il contenimento della spesa pubblica, subordinando di fatto, il sancito diritto universale alla salute alla disponibilità finanziaria delle Regioni. Dal D.Lgs. n.50271992 che avvia la regionalizzazione della Sanità ed istituisce le Aziende Sanitarie Locali e Ospedaliere, passando per la riforma del Titolo V con Legge Costituzionale n. 3/2001, la tutela della salute diviene materia di legislazione concorrente Stato-Regioni. Fino al DM70/2015 “Regolamento per gli Standard Ospedalieri”, ma non solo, quale atto di recepimento della Legge 135/2012 (“Spending Review”) applicato al comparto della sanità che ha come difetto fondamentale (vista la complessità ad esaminarla tutta in questa sede) la rigidità sull’applicazione dei tagli in base alla fredda legge dei grandi numeri, senza tenere conto delle particolarità territoriali (vedi chiusura UTIN al Maggiore di Cremona e del Punto Nascite all’Oglio Po di Casalmaggiore-Viadana nella stessa AST Cremona-Mantova).

Gli effetti, dagli anni ‘80 ad oggi, sono stati positivi certamente per le finanze dello stato e per il settore privato della sanità accreditato con le Regioni che, nonostante il dimezzamento dei posti letto (sul totale), ha visto la sua quota passare dal 15 al 20% dei posti letto. Tutto il resto è un continuo trend negativo di indici, compresa la soddisfazione dell’utenza. Risulta evidente come dalla separazione “acquirente-fornitore” avviata nel 1992 le Aziende Ospedaliere così come le Strutture Private Accreditate risultino di fatto parificate, sul piano contrattuale nei “Volumi di produzione”, ma con il “peso” dei LEA totalmente in capo al “pubblico”, come ad esempio, uno su tutti, il delicato servizio di Pronto Soccorso che con i pareggi di bilancio c’entra ben poco.
Siamo sconcertati e, in prospettiva, preoccupati dell’elogio da parte della Regione sull’integrazione col sistema sanitario privato che in queste ultime settimane ha aderito alla gestione della pandemia, sopperendo solo in minima parte alle carenze di strutture, di mezzi e di risorse umane dei presidi ospedalieri pubblici, ormai saturi e prossimi al collasso.

Ma di quale “modello” si decantano le lodi? Ci pare evidente come il comparto della salute pubblica, pur non essendo un “asset strategico” dello Stato, sia in grado, per intrinseche ragioni economiche, di attirare l’attenzione dei più “sgamati”. Certo è che la società nel corso dell’ultimo secolo è profondamente mutata e sul piano demografico la popolazione è aumentata considerevolmente di numero così come la sua età media, grazie, soprattutto, al progresso tecnologico ed al benessere diffuso. Vi sono altresì aree territoriali vaste, a bassa densità come la nostra provincia che subiscono gli effetti di tali provvedimenti.
Negli ultimi trent’anni si sono avvicendati, sia compagini di centro-destra (governi Berlusconi) che di centro-sinistra (governi Amato, Ciampi, Dini, Prodi e D’Alema su tutti). Se sul piano culturale-ideologico, lo status quo è frutto soprattutto delle scellerate riforme avallate anche dal centro-sinistra post tangentopoli, sul piano della prassi, il centro-destra con le anomale (troppe) parentesi dei governi tecnici (cioè frutto dell’incapacità politica dei nostri parlamentari) l’input è stato comunque il medesimo: taglio della spesa sociale.
La questione dirimente, a nostro avviso, è tra la scelta di evolvere in uno stato social-democratico, libertario e solidaristico che sappia coniugare i meriti con i bisogni, oppure, abdicare definitivamente in favore di uno stato liberal-liberista che si affida alle leggi di mercato, cioè alla legge del più forte.
Chissà che questa emergenza non ci insegni qualcosa…

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