Cronaca
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Si è spento Eugenio Bertoglio, il partigiano Nito: il ricordo dell'Arci di Persichello

Anche Eugenio Bertoglio, il partigiano “Nito”, se n’è andato. Ad annunciarlo è l’Arci di Persichello, che ha realizzato un video in sua memoria. Era infatti una delle figure più conosciute della comunità di Persico Dosimo. Nato a Buenos Aires il 25 aprile del 1928, quando la famiglia decise di rientrare in Italia si stabilì a Persichello e vi restò fino alla morte, avvenuta il 28 marzo 2020

Partecipò a tre edizioni del Giro d’Italia (1955-1956-1958) e ad una del Tour de France (1955), nonché a numerose gare nazionali e internazionali. Oltre che corridore Nito fu anche partigiano, il più giovane della squadra partigiana di Persichello.

Nel novembre del 2008 raccontò a Luigi Ghisleri gli ultimi giorni della lotta di Liberazione, da cui nacque un libro “Albert e la lotta di Liberazione a Persichello” edito nell’aprile del 2009 dal Comune di Persico Dosimo.

“Il nostro era un gruppo segreto di sedici diciassette persone, io ero l’unico ragazzo: avevo diciassette anni”, raccontava Nito. Lo ricorda un membro del Gruppo, Ennio Serventi. “Era la squadra del comandante Recco (Giuseppe Gaeta), che viveva in una catasta di fascine nel cortile del fornaio Susani. Nella banda c’erano Binda e Trivella (Spirit), che fu incarcerato a Bergamo.

Nito raccontava di quella sera d’aprile, del transitare per il paese di quel reparto tedesco in ritirata che, dopo avere traghettato il Po nei pressi di San Daniele, cercava una strada che lo portasse verso casa. Per raggiungere la via Brescia prese per Aspice e Corte de’ Frati ed i partigiani lo inseguirono”.

“Con la macchina, una millecento a coda corta, c’era Stringhini Giorgio (n. a Cremona il 19/01/1925, a Cremona il 27/04/1945, partigiano della brigata Rosselli), figlio del barbiere di corso Garibaldi, io e Adriano eravamo già saliti, mio fratello ci ha tirati fuori e loro sono partiti. Oltre al figlio del barbiere che era alla guida, sulla macchina c’erano il Moro ed il partigiano russo”: queste le parole di Nito.

Il partigiano raccontava che “Stringhini ed il Moro tornarono feriti, Stringhini poi morì. Il partigiano russo era rimasto là sulla strada dello scontro, altri andarono a recuperare il corpo. Lo hanno portato qui nella scuola. Avevano preparato delle assi sopra i banchi e l’hanno messo lì; era torso nudo”. Una cosa che Bertoglio non dimenticò mai.

Le prime armi vennero dal “Casermone”, poi ci furono quelle sottratte ai tedeschi che si ritiravano e fatti prigionieri. Nei giorni successivi la ritirata proseguì.

“Nascosti dietro gli alberi nel parco della villa Ruggeri tenevamo controllato un pezzo di strada scoperto, compreso fra la cascina san Giovannino e la villa dove i tedeschi dovevano passare. Da un gruppo di tedeschi liberammo Edo, quello del budino, che era sfollato a Persichello. La ritirata durò cinque giorni e le armi ricuperate le portammo alla caserma del diavolo”.

“Oltre che corridore in bicicletta Eugenio Bertoglio fu anche questo” conclude Serventi.

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