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Corruzione per discarica
Grottaglie (Linea Ambiente):
Gdf sequestra beni per 28 mln

La discarica di Grottaglie (Taranto) ancora al centro delle indagini della magistratura per un giro di corruzione venuto alla luce già un anno fa. I militari del Nucleo di Polizia Economico Finanziaria di Taranto hanno eseguito un decreto di sequestro preventivo su quote sociali, beni mobili, immobili e disponibilità finanziarie per un ammontare complessivo di 28 milioni e 300 mila euro, con sequestri avvenuti nelle province di Taranto e Brescia: è a Rovato infatti che ha sede Linea Ambiente, la società che gestisce l’impianto e che è direttamente controllata dalla holding Lgh-A2A che ha nel proprio patrimonio anche il termovalorizzatore di Cremona, oltre ad una serie di altri impianti.

L’operazione della Gdf tarantina rappresenta l’ulteriore sviluppo di una precedente, denominata “T-REX” che aveva già portato a marzo 2019 all’esecuzione di ordinanze cautelari nei confronti di sette persone, tra cui l’ex presidente della Provincia di Taranto Martino Tamburrano e l’allora procuratore di Linea Ambiente Roberto Natalino Venuti oltre ad imprenditori e pubblici ufficiali, a vario titolo coinvolti in reati di corruzione e turbata libertà degli incanti ravvisati nelle procedure amministrative per la concessione dell’autorizzazione all’ampliamento della discarica. Come si legge sul sito di Linea Ambiente la discarica di Grottaglie ha una volumetria complessiva autorizzata pari a circa 3.800.000 mc e ogni anno – nell’ultimo triennio – sono stati prodotti in media 42.000 mc di percolato.

“Le indagini – si legge in un comunicato della Guarda di Finanza di Taranto che ha illustrato l’operazione – avevano fatto emergere che un imprenditore locale, attivo nel settore dei rifiuti, aveva stipulato con la società lombarda contratti risultati poi gonfiati allo scopo di costituire fondi neri in parte da destinare ai pubblici ufficiali corrotti.

In tal modo la società proprietaria della discarica aveva ottenuto l’autorizzazione all’ampliamento che aveva fruttato ricavi per poco meno di tre milioni al mese, per un ammontare complessivo pari a circa 26 milioni di euro in nove mesi. La società tarantina, invece, aveva incamerato illeciti profitti derivanti dai contratti parzialmente inesistenti per un ammontare complessivo di circa due milioni di euro in poco più di anno. I beni sequestrati costituiscono, dunque, l’illecito profitto derivante dai reati commessi dai legali rappresentanti pro-tempore e dagli altri indagati nell’interesse e a vantaggio delle due società che sono state iscritte nel Registro degli indagati. Le operazioni di sequestro sono state eseguite, oltre che nel territorio jonico, anche nelle province di Milano e Brescia con la collaborazione dei rispettivi Nuclei di Polizia Economico Finanziaria. Gli sviluppi investigativi odierni testimoniano la tenace volontà della Guardia di Finanza, con il coordinamento dell’Autorità Giudiziaria, di aggredire gli illeciti profitti facendo leva anche sulla responsabilità amministrativa delle società e degli enti nell’ambito delle proprie prerogative di polizia economico-finanziaria a tutela dell’economia legale”.

L’interesse della società bresciana per la discarica tarantina era arrivato dopo che non era stato possibile l’ampliamento della discarica cremonese di Malagnino, negato dal Tar a seguito dell’opposizione dei proprietari dei terreni confinanti.

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