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‘#Fase 2: doveroso ripartire con e per i giovani’

Lettera scritta da Mara Sperlari

Da lunedì torneranno fisicamente al lavoro 700mila lombardi, per un totale di 2,7 milioni.

Ma concretamente in quali modalità? Come? cosa? quando? Su questo punto la confusione sembra regnare sovrana. Si leggono  notizie che poi vengono puntualmente smentite. A più voci i ministri assicurano aiuti alle famiglie, ma, di fatto per ora e’ che dei bambini e degli adolescenti, degli studenti e dei maturandi 2020, come pure degli universitari  il governo si e’espresso solo a parole. Mi auguro che a breve i ns. ministri trovino modi più CONCRETI e REALI, rispetto agli esili contributi proposti, da elargire come sostegno alle famiglie.

Sono e siamo molto preoccupati per la tenuta dell’economia cremonese e lombarda. L’emergenza è globale e se pensiamo che è nata in un piccolo paese che faremo difficoltà a trovare sulla cartina della Cina questo ci deve far riflettere sui sottili e deboli equilibri mondiali.

Stiamo vivendo un periodo complicato e chi, come me, è a stretto contatto con la cittadinanza lo avverte ancora di più. C’è da ricostruire, da dare risposte concrete ad esigenze nuove….

Davanti a simili reali necessità che investono il nostro territorio, dobbiamo metterci in campo e valorizzare le eccellenze che ci caratterizzano; dovremo fare lavoro di squadra per esprimere nuovi bisogni e contesti, fare squadra per colmare le criticità che emergeranno da qui a breve.

Per esempio, l’Italia non e’ un Paese che aiuti le madri e lo sappiamo da tempo; mancano completamente misure per la conciliazione maternita’-lavoro. Servirebbero piu’ asili, bisognerebbe incentivare lo smart-working, il periodo di quarantena ci ha dimostrato che e’ una soluzione ottima, che puo’ essere allargato e che non danneggia l’efficienza, anzi. Si discute molto, in questi giorni dilatati dalla pandemia, di carenza, nella nostra società, di capacità di immaginazione sociale.

L’immaginazione sociale non riguarda la capacità di progettare sviluppi tecnologici o di pianificare la ripartenza economica, ma è la capacità di immaginare una società diversa e, possibilmente, migliore: più equa, più inclusiva, più felice, caratterizzata da nuove forme di stare bene insieme, con noi stessi, con la comunità in cui viviamo, con il resto dell’umanità, con il pianeta.

Geoff Mulgan, in questi ultimi giorni,ha illustrato varie ragioni del perché oggi, più che nel passato, università, think tank e partiti politici paiono poco capaci di assolvere questo ruolo.

Lui, da maestro della versatilità, ha saputo “cucire” in modo straordinariamente sartoriale, da vero artigiano del settore, e mostrato come trasformare ogni esperienza, anche la più stravagante, in uno strumento chiave per accrescere la vita e la carriera di ognuno di noi .

Da almeno vent’anni Edgar Morin ha dimostrato l’obsolescenza e l’inadeguatezza degli attuali sistemi della conoscenza e della formazione per capire e affrontare la contemporaneità e la sua imprevedibilità. Morin invoca l’educazione a un «pensiero complesso e globale» che ci porti ad abbracciare la complessità oggi frammentata e dispersa in discipline settoriali. Morin teorizza l’importanza di un insegnamento delle incertezze, a farsi domande più che a trovare risposte, a cambiare prospettiva per saper affrontare i rischi, l’inatteso e l’incerto nel corso dell’azione. Ma proprio il prepararsi alla complessità e all’imprevedibilità per Morin è intrinsecamente congiunto all’educazione alla comprensione, a tutti i livelli educativi e in tutte le età, alla reciproca comprensione tra essere umani, sia prossimi che lontani, e tra esseri umani e natura.

Viviamo in un mondo in continuo e rapido cambiamento.

Sistemi della conoscenza basati sul nozionismo, su un pensiero lineare risultano obsoleti.

La complessità e la portata delle sfide glocali, ossia sfide globali ma che chiamano in causa l’ambito locale, in primis la nostra Cremona, richiedono una moltitudine variegata di changemaker, di persone capaci di accogliere la complessità e di essere resilienti, di saper cadere e rialzarsi.

Ci si educa all’immaginazione sociale solo attraverso l’acquisizione dell’empatia, la capacità di immergersi, di cambiare prospettiva, di quella comprensione di cui parla Morin che è poi molto simile alla consapevolezza di cui parla Mulgan, di fiducia sociale.

Oggi, dopo il «bagno di realtà» in cui la pandemia ci ha immerso, abbiamo un’opportunità unica di cambiare la percezione di cosa è possibile, e chiedere al Governo scelte politiche coraggiose orientate a promuovere capacità di immaginazione sociale e una svolta epocale rigenerativa.

Ed è per questo che è importante ampliare e approfondire uno dei dibattiti potenzialmente più trasformativi delle ultime settimane in Italia, rilanciato da accademici e intellettuali: il servizio civile universale come una delle politiche potenzialmente a più grande impatto sociale, a fronte di scelte di spesa pubblica relativamente limitate, per l’Italia del dopo Covid-19.

Il servizio civile, istituito come politica nazionale per i giovani del nostro Paese un ventennio fa, consiste in un servizio volontario in un ente con determinate finalità di bene comune per i giovani dai 18 ai 28 anni, maschi e femmine, che intendono effettuare un percorso della durata di 8-12 mesi di formazione sociale, civica, culturale e professionale attraverso l’esperienza umana di solidarietà sociale, attività di cooperazione nazionale ed internazionale, di salvaguardia e tutela del patrimonio nazionale.

Le radici nell’obiezione di coscienza e nella sospensione della leva militare obbligatorie sono importanti, ma il valore del servizio civile come politica di formazione alla cittadinanza glocale oggi le trascende e si radica nell’Agenda 2030, nel futuro che vogliamo per il pianeta.

È l’unico vero, potente, cantiere di immaginazione sociale per i giovani del nostro paese.

Eppure, è una promessa mancata: dal 2017 si chiama servizio civile universale perché sulla carta ambisce ad essere un’opportunità per chiunque tra i 18 e i 28 anni lo voglia, ma in realtà negli ultimi 10 anni questa opportunità è stata garantita a una media di nemmeno 30.000 giovani all’anno. Il 60% dei giovani del nostro Paese non conosce questa opportunità e ogni anno sono decine di migliaia i ragazzi che si sono candidati, i cui progetti sono stati approvati ma restano a casa per mancanza di fondi. Un paese per i giovani, con i giovani.

Mara Sperlari, docente scuola superiore

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