Sul telefono, foto e video shock: condannato per detenzione di materiale pedopornografico
Sul banco degli imputati, un 36enne del Mali che all'epoca dei fatti viveva alla Casa dell'Accoglienza. La segnalazione era partita dalla piattaforma Meta
Sul suo telefono, sottoposto a perizia, erano stati trovati tre video e dieci fotografie dal contenuto raccapricciante: organi genitali maschili e femminili e immagini di bambini. C’era persino la foto di una neonata. A processo per detenzione e cessione di materiale pedopornografico è finito un 36enne della Repubblica del Mali per il quale il pm onorario Silvia Manfredi aveva chiesto la condanna a un anno, sei mesi e 4.500 euro di multa. Il giudice, però, lo ha ritenuto responsabile del solo reato di detenzione, e lo ha condannato a un anno di reclusione, mentre lo ha assolto dall’accusa di aver divulgato quelle immagini shock.
Le indagini, svolte dalla Polizia Postale e delle Comunicazioni di Milano, avevano preso avvio da una segnalazione di Meta, la piattaforma che controlla i servizi di rete sociale Facebook e Instagram e i servizi di messaggistica istantanea WhatsApp e Messenger. Gli accertamenti avevano condotto gli investigatori al nominativo dell’imputato, che all’epoca dei fatti, tra il 2018 e il 2020, era ospite alla Casa dell’Accoglienza di Cremona. Durante la perquisizione, al 36enne era stato sequestrato il telefono su cui erano stati trovati video e foto di genitali, di corpi nudi, di bimbi che si toccavano e danzavano, e la foto della neonata.
Le immagini si trovavano in alcune sottocartelle che WhatsApp crea automaticamente e dove viene salvato tutto ciò che transita dal dispositivo telefonico. Il telefono dell’imputato era collegato al profilo facebook aperto a suo nome riportante i suoi dati. Non solo: Meta aveva anche segnalato l’utilizzo di un’utenza fissa che aveva portato gli inquirenti alla Casa dell’Accoglienza, dove l’uomo viveva.
Oggi in aula il 36enne, prima della sentenza, ha rilasciato dichiarazioni spontanee, sostenendo di aver comprato il telefono da un’altra persona. La difesa, da parte sua, ha puntato sulla mancanza di elementi di prova e sull’impossibilità che l’uomo avesse scaricato quelle immagini, in quanto comportamento contrario alla sua religione.