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Le sorelle cremonesi Bonaccorsi
impegnate come crocerossine
al fronte nella Grande Guerra

di Marco Bragazzi

“Dopo un lungo viaggio sono arrivata a casa (a Cremona) ed è appunto da qui, che mentre mi faccio premura di avvertirla di aver raggiunto il mio comitato mi permetto di rivolgerle una preghiera. Ho lasciato il mio ospedale per obbedienza perché l’ordine era preciso. Ma ora che sono qui sento maggiormente il rimpianto di aver abbandonato il luogo ove da più di un anno ininterrottamente ho prestato l’opera mia”.

Il 28 ottobre 1917 la crocerossina cremonese Gina Bonaccorsi, figlia del medico Cesare, scrive dalla propria abitazione alla segretaria della Duchessa d’Aosta Elena d’Orleans, ispettrice generale della Croce Rossa, dopo il suo rientro a casa dove mancava dal 9 ottobre 1916. La storia di Gina è quella di alcune ragazze italiane e cremonesi che, come lei e sua sorella Lina, fecero una scelta volontaria legata al drammatico momento storico in cui versava l’Italia tra il 1915 e il 1918.

La lettera di Gina è quella di una persona che, finito il periodo di impiego di un anno in un ospedale al fronte, si ritrova obbligata a tornare a Cremona, città dove vive senza i bombardamenti austriaci e i feriti da curare, feriti che lei, come molte altre, sente il dovere di tornare ad assistere. Gina lavora al centro neurochirurgico dell’ospedale n° 8 di San Giorgio di Nogaro, a poche centinaia di metri da quel fronte che miete talmente tante vittime da rendere necessaria l’istituzione in paese di una Università, l’Università Castrense, dove gli studenti di medicina italiani venivano indirizzati per laurearsi per poi finire subito nella infinita fila di ospedali che, dal fronte, ricevevano quei soldati martoriati nei combattimenti.

Sua sorella Lina è crocerossina prima al campo 39 poi al 42 dove, oltre a lavorare al gabinetto di batteriologia, fa parte anche delle assistenti in corsia. Per lei, all’inizio della guerra studentessa di medicina all’università di Pavia, la chiamata al fronte risponde alla scelta precisa di prestare subito aiuto in ogni angolo del paese, ancor prima di laurearsi e di fare di quel giuramento di Ippocrate una scelta di vita.

La storia delle sorelle Bonaccorsi segue quella di molte ragazze, come le cremonesi Anita Ferrari, Salomoni Aurelia, Galloni Bice e Maria Lodola, che si sono messe a disposizione per aiutare il Paese in uno dei momenti più drammatici della prima parte del secolo. Il loro lavoro, a prescindere del ruolo o dal luogo in cui veniva svolto, era encomiabile come quello di qualsiasi operatore che si prestava per rendere ai feriti un reparto ospedaliero più sicuro e salubre. Le testimonianze delle crocerossine impegnate al fronte o negli ospedali delle retrovie raccontano di come, solo con una forza di volontà ferrea e una determinazione enorme, fosse possibile affrontare il flusso costante e continuo di ragazzi più o meno loro coetanei spesso distrutti nel corpo e nella mente.

Lina Bonaccorsi incontrerà, dentro il laboratorio di batteriologia, la Duchessa d’Aosta nel febbraio del 1916 in visita a quell’ospedale che raccoglieva centinaia di soldati ogni giorno, mentre sua sorella Gina, sul finire del 1917, appena ritornata al fronte grazie a quella lettera rivolta alla Duchessa, riceverà due encomi per il suo lavoro e la sua dedizione. Gli encomi arrivarono quando, durante un bombardamento che colpì anche l’ospedale, la cittadina cremonese rimase in corsia preoccupandosi per i suoi pazienti invece di mettere in sicurezza la sua vita a dimostrazione di come, in periodi sanitari drammatici ma non solo, il lavoro di ogni singola persona in qualsiasi ruolo diventa fondamentale per aiutare la comunità ad affrontare e a superare le peggiori asperità.

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