Cronaca
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Omicidio della piccola Gloria Il papà Jacob rinviato a giudizio senza l'abbreviato

L’avvocato Pisati

Sarà processato con il rito ordinario, Kouao Jacob Danho, 38 anni, l’operaio ivoriano accusato dell’omicidio volontario della figlia Gloria, di soli due anni. Lo ha deciso oggi il gup Pierpaolo Beluzzi che ha rigettato la questione di legittimità costituzionale sollevata la scorsa udienza dalla difesa relativa alla legge 33 del 2019 in tema di inapplicabilità del giudizio abbreviato ai delitti puniti con la pena dell’ergastolo. In sostanza l’imputato non potrà usufruire del giudizio abbreviato, che in caso di condanna gli avrebbe garantito lo sconto di un terzo della pena. Nei confronti di Danho, che è  stato rinviato a giudizio, il processo si aprirà il 28 settembre in corte d’assise davanti a due giudici togati (uno sarà il presidente del tribunale di Cremona Anna di Martino) e a sei giudici popolari. Contestata all’imputato, che anche oggi ha assistito all’udienza in video collegamento dal carcere di Pavia, dove è rinchiuso, c’è anche l’aggravante della premeditazione. Parte civile è la mamma della piccola Gloria, assistita dall’avvocato Elena Pisati, mentre l’ivoriano è difeso dagli avvocati Giuseppe Bodini e Michele Tolomini.

L’omicidio si era consumato il 22 giugno del 2019 nell’appartamento di via Massarotti dove l’imputato si era trasferito dal primo giugno del 2019, mentre l’ex compagna e la figlia erano ospiti di una casa protetta. Nella sua casa, Danho aveva accoltellato la figlia due volte, una al fegato e una ai polmoni. La piccola si sarebbe potuta salvare, se suo padre avesse chiamato subito i soccorsi. Il 38enne aveva confessato il delitto tempo dopo i fatti, mentre in un primo tempo aveva puntato il dito contro un fantomatico rapinatore. Le tracce ematiche e le impronte trovate sul coltello, però, riportavano esclusivamente al papà e alla figlia. Per la difesa, l’omicidio rientra in un quadro di disagio esistenziale ed economico vissuto dall’imputato, che faceva l’operaio alla Magic Pack di Gadesco, che ora in carcere sta seguendo un percorso riabilitativo e che si è detto pentito. Lo scorso luglio il gip aveva respinto la richiesta di perizia psichiatrica per Danho.

Il movente è quello della vendetta: Jacob ha ucciso Gloria per vendicarsi dell’ex compagna che non ne voleva più sapere di tonare con lui, infrangendo tutti i suoi sogni di poter tornare a ricostruire la sua famiglia. La coppia si era conosciuta in Libia nel 2016, anno in cui, secondo la ricostruzione effettuata dalla squadra investigativa della procura, avevano compiuto il viaggio migratorio verso l’Italia. In terra d’Africa avevano stretto la loro unione fondata su ‘un forte patto di lealtà’, come riferito dalla stessa Isabelle. Quest’ultima, in sostanza, aveva nei confronti nel convivente un ‘debito di gratitudine legato al fatto che loro si erano conosciuti in Libia e che probabilmente lui l’aveva salvata o comunque protetta da una situazione di grave pericolo’. La donna aveva sempre saputo che il compagno aveva lasciato in Costa d’Avorio due figli avuti da un precedente matrimonio, e che lui spediva in patria denaro per il loro sostentamento. Non sapeva, però, che il 38enne aveva un’ulteriore figlia, una situazione che aveva generato nella coppia non pochi contrasti, fino ad arrivare al 22 febbraio del 2019, quando, durante un litigio, lui l’aveva colpita con un forte schiaffo all’orecchio, causandole lo sfondamento del timpano destro. Lei non aveva presentato denuncia, ma la polizia locale aveva comunque avviato la procedura per collocare lei e Gloria in una struttura protetta. Le due non si erano più ricongiunte con Jacob, anche se Isabelle non aveva mai vietato a Jacob di vedere la bambina.

“La mia cliente è ancora molto provata”, ha detto l’avvocato di parte civile Elena Pisati. “L’imputato sapeva che lei viveva  per la sua bambina e per vendicarsi ha deciso di colpirla proprio nel suo affetto più forte. Gloria era tutto per la sua mamma, e aver dichiarato il contrario è l’ennesima mistificazione. Cercare di trovare una giustificazione per un gesto così terribile per poi provare ad addossare le colpe sulla madre è davvero squalificante. Il fatto parla da sè”.

Sara Pizzorni

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