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Speranza di vita, Istat: con
il Covid a Cremona si è tornati
indietro di quasi 20 anni

Nel 2020 si assisterebbe a un ridimensionamento, in termini di aspettativa di vita, “significativamente più marcato nelle Province del Nord”: in quelle maggiormente colpite dal Covid-19, soprattutto nel Nord-ovest e lungo la dorsale appenninica, “si passerebbe da una speranza di vita alla nascita di quasi 84 anni, a una di circa 82”. Così l’Istat nel rapporto sugli scenari di mortalità che come prima firma tra i curatori ha proprio il presidente dell’Istituto, il demografo Gian Carlo Blangiardo. E tutto ciò nell’ipotesi “moderata”, intermedia tra lo scenario “ottimista” e “pessimista”.

Nelle province di Bergamo e Cremona, le più colpite dal Covid, la speranza di vita alla nascita si ridurrebbe di oltre 5 anni nello scenario “pessimista”.

Il rapporto (scarica QUI la versione integrale) analizza anche  anche i tassi di mortalità in termini di «delta», ossia di variazione del loro livello, nel corso del 2020, tra il valore che si sarebbe atteso in assenza di Covid-19 (scenario base) e quello stimato dal modello di simulazione in corrispondenza dei 3 differenti scenari ipotizzati.
Tra le prime dieci Province in cui si registrano i maggiori incrementi troviamo ancora Cremona e Bergamo, per le quali l’aumento stimato nello scenario intermedio (moderato) sarebbe, rispettivamente, di 8,21 e 7,95 morti in più per ogni mille abitanti, cui seguono Piacenza, Lodi e Brescia con variazioni comprese fra +5,11 e +5,77.
“Per cogliere meglio il significato delle variazioni osservate – si legge ancora nel rapporto –  può essere utile collocare i livelli della speranza di vita localmente ipotizzati attraverso gli scenari disegnati per il 2020 nel quadro delle dinamiche rilevate, nel corso degli anni, per quegli stessi indicatori.
Per alcuni territori si torna indietro di circa 20 anni, come nel caso di Bergamo – dove la speranza di vita qui stimata equivale a quella accertata nel lontano anno 2000 – o di Cremona (dove si torna al 2003), mentre in molte altre Province, quasi tutte al Nord, il ritorno al passato, se anche non arriva ad approssimarsi a un ventennio, è comunque superiore a una decade”.

“Gli effetti complessivi dell’epidemia possono essere misurati, su base provinciale, anche attraverso il conteggio dell’entità dell’eventuale ‘perdita di futuro’ che la popolazione, nel suo complesso, va a subire a seguito dell’accresciuta mortalità dovuta alla pandemia. Si tratta, in altri termini, di misurare quale sia l’effetto atteso da Covid-19 nel modificare la consistenza di quello che è il ‘patrimonio demografico’ di ogni Provincia, inteso come il totale di anni-vita che competono ai suoi residenti in base alle aspettative di vita (e di riflesso alle condizioni di mortalità) di un dato periodo.

“In tal senso, se si tiene conto dei cambiamenti nella speranza di vita alle diverse
età prospettati dai diversi scenari si ha modo di cogliere come, ad esempio nello scenario moderato, alle condizioni di mortalità (di speranza di vita) ipotizzate vi siano alcune Province in cui si registra una riduzione del patrimonio demografico anche nell’ordine del 5-10%. Ciò è quanto accade per le Province di Bergamo, Cremona, Lodi, Piacenza, Brescia, Lecco, Parma e Pavia, mentre nel Centro e nel Sud, ad  eccezione della Puglia, Calabria e Sardegna, si registrano variazioni del patrimonio demografico sostanzialmente nulle o in molti casi persino positive”.

 

 

 

 

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