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Studio del S.Matteo: su 280
test su soggetti clinicamente
guariti meno del 3% è contagioso

“La situazione che la Lombardia ha dovuto affrontare dal 20 febbraio 2020 è oggi molto diversa e la scienza ci comprova questo fatto. Ma dobbiamo partire dalla considerazione che in Lombardia abbiamo assistito ad un coinvolgimento ospedaliero massivo e improvviso, con un impatto che non ha eguali. Fanno sorridere alcune osservazioni fatte al modello ospedale-centrico lombardo: i pazienti che sono arrivati in ospedale erano pazienti che non potevano stare da nessun’altra parte o dobbiamo dire una volta per tutti”. Lo ha detto il presidente dell’Irccs San Matteo, Alessandro Venturi, presentando oggi i risultati dello studio effettuato dal laboratorio di virologia sui test sierologici.

Questa particolarità lombarda, ha aggiunto Venturi, ha comportato da un lato la necessità di moltiplicare i posti letto in Terapia Intensiva, e dall’altra l’adozione della quarantena fiduciaria come strumento di contenimento  del virus. Anche in questo caso Venturi risponde alle critiche piovute su questa strategia: “La narrazione del ‘tamponiamo tutto il mondo’ è bella ma impraticabile. L’isolamento fiduciario, improntato alla massima precauzione possibile (anche tra i casi sospetti sui quali non era stata accertata la presenza del virus) si è invece rivelato efficace e questo è stato confermato dall’indagine di sieroprevalenza: la Regione Lombardia ha messo in quarantena il doppio delle persone che effettivamente avevano contratto la malattia”.

Lo studio sulla sieroprevalenza è stato poi illustrato dal professor Fausto Baldanti, responsabile dell’istituto di Virologia del san Matteo di Pavia, un lavoro che ha visto coinvolti l stesso San Matteo, l’istituto zooprofilattico di Lombardia ed Emilia Romagna, l’ospedale di Piacenza, l’ospedale universitario le Le Scotte di Siena, il Policlinico di Milano. In questa fase dell’epidemia, l’indagine ha preso in considerazione soggetti clinicamente guariti, che erano stati diagnosticati positivi e che hanno superato l’infezione. Quando si studia la contagiosità di un soggetto, i virologi identificano una porzione del genoma del virus e sono in grado di stabilire se è ancora integro e quindi infettante, o se invece è frazionato, come succede nella fasi risolutive di una infezione: le cellule degradate dal sistema immunitario vengono infatti eliminate in un tempo più o meno breve.

“Come verificare direttamente se il virus è ancora infettante? – ha aggiunto Baldanti –  Si prende il campione, lo si coltiva e se il virus è integro dà un segnale in coltura cellulare. Questo è stato fatto su circa 280 soggetti clinicamente guariti con ‘cariche basse’ e di questi 280 il segnale di infettività era meno del 3%”. Importante “vedere crescere il virus in laboratorio”, sottolinea Baldanti “se si fa altrimenti, non è virologia”.

Giuseppe Remuzzi, dell’Istituto Mario Negri ha aggiunto che “a questo punto dell’epidemia non è più sufficiente  dire che un tampone è positivo ma è importante qualificarlo (…). I tamponi che stiamo vedendo adesso hanno una quantità di materiale virale così bassa da essere incapaci di infettare le cellule ed è molto difficile che pazienti con un tampone così poco positivo possano contagiare altre persone”.

Resta fondamentale comunque l’uso della mascherina, il lavarsi le mani spesso e il distanziamento: “Sono state queste le cose che probabilmente ci hanno protetto finora”, ha aggiunto Remuzzi. Anche perchè il soggetto che incontriamo per strada potrebbe essere un sintomatico con carica virale ancora molto alta.

 

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