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Sommi Picenardi e Rossetti,
due cremonesi nella storia
del porto di Piombino

Di Marco Bragazzi

Il porto di Piombino offre, da secoli, un passaggio via nave a coloro che, per turismo o per lavoro, hanno bisogno di raggiungere una località marittima nel mar Tirreno. Adagiato al riparo ai piedi della punta Falcone che domina quel tratto di mare, il porto di Piombino richiama parecchie persone offrendo quel servizio che, da millenni, aiuta i popoli negli spostamenti. Su quella punta Falcone che sembra un rapace pronto a difendere il porto sottostante, si possono vivere diverse esperienze, un osservatorio astronomico racconta e spiega gli astri ma non solo, una serie di cannoni per la difesa costiera arrugginiti raccontano le esigenze belliche nazionali di decenni fa, mentre la targa che intitola la difesa costiera di punta Falcone, racconta e ricorda la storia di due cittadini cremonesi.

Il 2 agosto 1916 il capitano di corvetta Galeazzo Sommi Picenardi, nato a Corte dè Frati lo stesso giorno di 46 anni prima e Medaglia d’Oro al Valore della Marina, era al comando della nave da battaglia Leonardo da Vinci e degli oltre mille uomini di equipaggio. La Da Vinci, insieme alla ammiraglia della flotta Conte di Cavour ed altre corazzate, aveva lasciato Taranto per un pattugliamento ed alcune esercitazioni. La Prima Guerra Mondiale imperversava, le navi avevano il compito preciso di cercare di incrociare gli avversari per garantire la necessaria supremazia marittima, per fare questo erano cariche di proiettili e bombe. Nella nera e stellata notte agostana Sommi Picenardi dal posto di comando nota un bagliore proveniente dallo scafo, nel ventre della nave, proprio vicino alla santabarbara che contiene il pericoloso carico di munizioni.

Il cremonese ordina l’esecuzione di tutte le manovre necessarie per cercare di contenere l’incendio che si sta sviluppando, ma la sorte della Leonardo da Vinci è segnata, con una serie di esplosioni e l’allargarsi dell’incendio la nave diventa un inferno in mezzo all’Adriatico. Lo scafo della Da Vinci viene investito dalla potenza distruttrice delle sue stesse bombe, la nave prima vede spezzarsi parte dello scafo poi si capovolge affondando in pochi minuti e portando con se quasi 250 uomini dell’equipaggio. Sommi Picenardi rimarrà in acqua fino all’ultimo nel tentativo di salvare i suoi uomini, una volta recuperato verrà trasportato in ospedale dove, però, perirà due giorni dopo a causa delle profonde ustioni subite.

La notizia dell’affondamento della corazzata fece immenso scalpore, le ipotesi di sabotaggio divennero sempre più insistenti creando una rete di sospetti più o meno validi che coinvolgevano i membri dell’equipaggio ma non solo, in questa rete finì anche la moglie di Sommi Picenardi, la contessa Gisa Fabbricotti, figura spesso controllata dal Controspionaggio Italiano per le sue frequentazioni con alcune nobildonne quasi sicuramente legate alla rete delle spie Austro Ungariche presenti in Italia. La stessa moglie del vice comandante della Da Vinci, Raffaele Fiorese, era la contessa austriaca Milena de Gorup, persona sulla quale si concentreranno molte ricerche del Controspionaggio Italiano.

A fianco della dedica al Capitano di Corvetta Sommi Picenardi compare il nome di un altro cittadino cremonese, il pilota Giovanni Battista Rossetti, nato in città nel 1899 ed entrato subito nella Regia Marina per poi diventare pilota della stessa Aviazione. Per lui, il 29 marzo 1924, la chiamata avversa del destino avverrà nei pressi del Mare di Leros in Grecia quando, durante un pattugliamento con il suo idrovolante, precipiterà facendo perdere le sue tracce.

La nave da battaglia Leonardo da Vinci verrà recuperata dai fondali grazie ad una incredibile operazioni dei palombari italiani nel settembre 1919, operazione talmente ardita che il motto della imbarcazione “Non si volta chi a stella è fiso”, frase dello stesso Leonardo da Vinci, divenne quello delle unità destinate al recupero dei natanti dai fondali. Oggi nel piccolo museo sul monte Falcone si può ritrovare la storia dei due marinai cremonesi, questa è mantenuta viva dal lavoro della locale Associazione Nazionale Marinai d’Italia e raccontata da quel piccolo angolo di terra nato come struttura di difesa e oggi diventato parte della storia di uomini e mezzi.

Il tumulo monumentale di Rossetti Giovanni definito “Icaro” opera in bronzo dello scultore A.Ferraroni

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