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Di nuovo al voto
in Provincia: sarà
un'altra pantomima?

Dio perdona, Delrio no. Tra novembre e dicembre, sindaci e consiglieri comunali dovrebbero essere chiamati alle urne per eleggere i membri del nuovo consiglio provinciale. A distanza di dodici mesi dalla votazione del presidente, la pantomima si ripete ed è alta la possibilità che il capo in testa si ritrovi con degli ufficiali diversi da quelli ai quali aveva delegato alcune funzioni poco prima delle ferie estive. Un’assurdità per le persone di buon senso. Un peccato e nulla più per i fatalisti e i sepolcri imbiancati, maestri nell’allargare le braccia, inclinare il capo, come i passerotti delle poesie di un tempo, sussurrare pazienza e pensare chissenefrega. Una porcata per gli irriducibili del dire pane al pane e vino al vino.
Già questo sarebbe motivo sufficiente per sostenere che qualcosa non funziona, ma il punto più dolente è un altro.
Il vulnus sta nel meccanismo dell’elezione del presidente e del consiglio. Meccanismo che, per i raffinati del politicamente corretto, sarebbe poco democratico. Mentre, per i rozzi del politicamente scorretto, sarebbe un calcio nei coglioni alla democrazia.
La fregatura si trova nel voto ponderato. Nella nostra Provincia il voto di un sindaco o di un consigliere di un comune fino 3 mila abitanti vale 34. Più del doppio, cioè 80, per quei comuni fino a 5 mila. Se si arriva a 10 mila il bonus sale a 160. A quota 3o mila si è premiati con 250. Oltre i 30 mila (Crema e Cremona) si viaggia nello spazio intergalattico: 494. Piccolo è bello. Però i modelli di riferimento sono Jeff Bezos e Bill Gates.
La somma degli undici voti del consiglio comunale – sindaco compreso – di un comune fino a 3 mila abitanti pesa 374, meno del 494 del singolo voto di un consigliere di Cremona o Crema, che di consiglieri ne schierano rispettivamente 32 e 24. Les jeux sont faits, rien ne va plus. Il banco vince.
Chi ama la matematica può divertirsi con quattro conti. Può sommare i voti ponderati di tutti consiglieri comunali e dei sindaci della provincia di Cremona sotto i 3 mila abitanti e confrontarli con la somma di quelli di Cremona e Crema e trarre le conclusioni. E’ la democrazia, bellezza. E’ la legge Delrio.
Approvata dal Parlamento per ridisegnare gli assetti amministrativi territoriali, la legge prevedeva la scomparsa delle province e la loro sostituzione con l’Area Vasta. Tanto vasta che sul suo ruolo e funzioni sono state spese milioni di parole, organizzate centinaia di tavole rotonde, quadrate e romboidali senza trovare un’interpretazione univoca e precisa dei suoi compiti e dei territori da aggregare.
Partita sgommando tra squilli di trombe, venduta la pelle dell’orso prima di averlo ucciso, l’eliminazione delle province si è schiantata contro il referendum costituzionale che doveva concedere l’imprimatur alla rottamazione.
Azzerate in anticipo, le province sono risorte dalla proprie ceneri. Come l’araba fenice. Ma, c’è sempre un ma che ti fotte. Infatti l’elezione di presidente e consiglio provinciale rimangono normate dalla legge Delrio. Con il massimo rispetto per questa decisione che avrà i suoi perché, è difficile liberarsi dal dubbio di essere stati presi per il fondo dei pantaloni e di quello che coprono.
La riforma delle Province doveva essere una rivoluzione e un salto nel futuro. È risultata un aborto e una caduta nel precipizio. Si stava meglio quando si stava peggio, viene da dire. E’ banale e qualunquista. Ma gli intelligenti e gli impegnati dovrebbero rispondere ad alcuni interrogativi. Perché insieme al ritorno delle Province non è stato ripristinato il sistema elettorale vigente prima dell’avvento dell’innovatore Delrio? Perché le Province sono state segate senza aspettare il risultato del referendum? La gata fresusa la fà i mici orb vale ancora, anche nell’era della velocità digitale.
Perché un sindaco lillipuziano dovrebbe recarsi alle urne con la certezza che il suo voto varrà poco, poco, quasi nulla, di certo meno di quello di Gulliver?
Chi ha dato, ha dato, chi ha avuto, ha avuto, scurdámmoce ‘o passato. Ma anche il presente. Grazie Delrio.
Ci sarebbe anche da discutere sul criterio di scelta dei candidati. Scelta che, grazie ai meccanismi citati, favorisce l’invadenza dei partiti e rende determinanti gli accordi tra le segreterie politiche, senza filarsi le liste civiche vere, quelle non targate.
Lo scorso anno, l’elezione del presidente della provincia – degnissima e stimabilissima persona – ha certificato questa anomalia e viene difficile trovare un aggettivo adeguato per sintetizzare l’accaduto. Tuttalpiù si può affermare che la vicenda ha gridato vendetta al cospetto di Dio, anche se non rientra nella casistica dei peccati marchiati con questa espressione.
Non è il luogo e il momento di riprendere l’argomento. Sarebbe Maramaldo infierire. Meglio stendere un velo pietoso e guardare oltre, tirare avanti. Dunque Tirèmm innanz e si colga l’occasione per dimostrare assenza di pregiudizi e disponibilità al confronto e al dialogo. Ma anche per ricordare Amatore Sciesa, senza dimenticare che dopo aver gridato Tirèmm innaz è stato fucilato. Altri tempi. Altra storia. Altri ideali.

Antonio Grassi

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