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Morì contro il new jersey del
cantiere. 'Andava a manetta'.
Assolti manager e 3 ingegneri

Da sinistra, gli avvocati Calza, Gnocchi, Sbravati e Sartorato

Alle 20,40 del 23 aprile del 2014, lungo la Paullese, nel tratto fra Dovera e Spino, il 27enne Daniele Casali, di Boffalora d’Adda, perse la vita dopo essersi schiantato frontalmente con la sua Alfa 147 contro il new jersey in cemento che delimitava il cantiere per il raddoppio della provinciale. L’auto andò completamente distrutta e il conducente, che arrivava da Spino, morì sul colpo. Non si era sentito male, nè aveva bevuto.

Per quell’incidente, a processo sono finiti tre ingegneri dell’amministrazione provinciale di Cremona e il capo cantiere dell’impresa edile Carron che oggi, a distanza di più di sei anni dal fatto, sono stati assolti dall’accusa di omicidio colposo “perchè il fatto non sussiste”. Nel processo non era rappresentata la parte civile in quanto la famiglia è già stata risarcita sia dall’amministrazione provinciale che dall’impresa edile attraverso le proprie assicurazioni. Per tutti gli imputati, il pm onorario Silvia Manfredi aveva chiesto una pena di 6 mesi ciascuno.

Quella sera, come è stato detto in aula, c’era ancora luce sulla Paullese, e la visibilità era buona. Daniele abitava in zona e stava tornando a casa. Dunque, conosceva perfettamente, quel tratto di strada. Sapeva che c’era il cantiere. Era indicato da segnali e da luci. Secondo il consulente del pm, il giovane andava ad una velocità non inferiore ai 110 chilometri orari dove il limite era di 30. Per il consulente delle difese, procedeva addirittura ad una velocità di 140 chilometri orari. “Non aveva neanche la cintura di sicurezza”, hanno precisato i difensori, “e un testimone aveva dichiarato che andava ‘a manetta’”.

Per il pm, che ha riconosciuto il concorso di colpa, i quattro imputati andavano comunque condannati in quanto i tre new jersey che facevano da barriera al cantiere non avrebbero avuto i giusti requisiti di sicurezza. “Non erano stati posti a regola d’arte: non erano ancorati ed erano stati messi su un manto stradale non uniforme”.

“Non c’era nè obbligo, nè motivo di ancorare i new jersey”, ha invece sostenuto l’avvocato Alberto Gnocchi, legale dell’ingegner Andrea Manfredini. “In questo caso avevano la funzione di recinzione del cantiere”.  Per il legale, che ha sottolineato che il suo assistito era sì direttore dei lavori, ma all’interno del cantiere, “qualunque collegamento, a quella velocità, si sarebbe spezzato. Il conducente, meglio chiamarlo pilota, si è completamente disinteressato dei segnali stradali e di diminuire il limite di velocità su una strada con doppia curva e con divieto di sorpasso. Dal giorno dell’apertura del cantiere, nel febbraio del 2014, a quel 23 aprile, non c’è stato nessun altro incidente stradale, tranne questo, su una strada percorsa in due mesi e mezzo da due milioni di mezzi”.

L’ingegner Cristiano Rebecchi era il manager dell’appalto. “Il mio assistito non aveva compiti operativi circa la preparazione del cantiere”, ha precisato l’avvocato Fabio Sbravati, che ha seguito la tesi difensiva del collega Gnocchi, così come l’avvocato Roberto Calza per l’ingegner Paolo Orlandi, coordinatore della sicurezza della fase progettuale ed esecutiva. Il quarto imputato era Nicola Battocchio, capo cantiere dell’impresa edile veneta, assistito dall’avvocato di Treviso Guido Sartorato: “I criteri adottati per la recinzione del cantiere erano adeguati”, ha aggiunto il legale, che si è chiesto come mai si vogliano affrontare a tutti i costi certi processi volendo per forza trovare un responsabile. “Il piano di sicurezza è stato rispettato. Il new jersey, che tra l’altro era fuori dalla sede stradale, non ti rimette in corsia a 140 all’ora,  diversamente da quanto sostenuto dal pm . 140 all’ora è fuori da qualsiasi immaginazione”.

Sara Pizzorni

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