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Crisi lavoratori dello spettacolo,
la cantante L'Aura: 'Non ci sono
prospettive né tutele'

E’ cremonese d’adozione e nel cuore, sebbene si sia trasferita a Milano dopo alcuni anni vissuti sotto il Torrazzo: Laura Abela, in arte L’Aura, poliedrica cantautrice bresciana, non usa mezzi termini per raccontare la difficoltà in cui versa oggi il mondo dell’arte, dello spettacolo e della musica, per la maggior parte rimasto escluso da ogni tipo di aiuto o di ristoro, nonostante sia quello che più a lungo è rimasto fermo senza poter lavorare, a causa della pandemia. Un mondo attorno a cui ruota il destino di centinaia di migliaia di persone.

“Nonostante da più parti siano state espresse preoccupazioni, anche da parte di colleghi molto famosi, nei confronti delle categorie più fragili che girano attorno al mondo dello spettacolo, le istituzioni hanno totalmente ignorato il nostro ambiente, e questo mi lascia senza parole” racconta la cantautrice. “Quello dei lavoratori dell’arte e dello spettacolo viene considerato un mestiere di serie B, e credo che questo sia il risultato di un pessimo lavoro da parte dei Governi che si sono susseguiti negli ultimi 60 anni, nel tutelare il patrimonio artistico e culturale del nostro Paese. Una delle manifestazioni più lampanti di questa situazione è il mancato inserimento dell’ora di musica come materia obbligatoria per i bambini a scuola. Ogni essere umano deve poter apprendere delle nozioni di base in campo artistico. Poi crescendo potrà scegliere cosa approfondire, ma una formazione serve a tutti e fa parte della cultura generale”.

Da artista del mondo della musica, come vivi questa situazione?
“Personalmente mi sento una privilegiata, in quanto ho un marito che continua a lavorare e nel corso degli anni sono riuscita a mettere via quanto basta per avere le spalle coperte, ma questo non significa che la mia carriera non sia in stand by. Certo, vado avanti a scrivere musica. Ma pesa l’incertezza: ad oggi non è possibile sapere quando si potrà pubblicare qualcosa di nuovo, cosa che nella situazione attuale non ha senso: il lavoro di creatività e ingegno è lungo, laborioso e richiede il supporto di tutta una filiera, che ora è ferma”. 

Cosa ti manca maggiormente, dal punto di vista professionale, della vita di prima?
“Sento la mancanza della musica live: credo che sia quella l’unica cosa oggi che tiene in piedi il settore, e non amo molto i concerti in streaming. Il rapporto con i miei fans continua, fortunatamente, intatto: ho un fans club che sta organizzando una serie di iniziative che riguarderanno l’uscita di un piccolo progetto. Ma come ho detto mi manca far uscire nuovi progetti. Di comunicare con la mia musica”. 

E’ un errore, secondo te, aver bloccato i concerti?
“Credo che l’errore sia soprattutto non offrire alcun aiuto a chi in questo momento non può esibirsi. Non parlo solo di cantanti, ma di tutto il mondo dell’arte e di chi ci lavora attorno. Ci sono migliaia di persone che in questo momento non percepiscono un reddito perché non possono lavorare. E agli artisti i cosiddetti ‘ristori’ sembrano essere preclusi”.

Cosa potrà accadere, nel lungo periodo?
“Credo che questa crisi ‘taglierà le gambe’ a moltissime persone, in questo ambiente. E tanti si troveranno costretti a dover fare altro per sbarcare il lunario, cosa inaccettabile, considerando che chi fa l’artista di professione ha alle spalle anni di studio e di impegno”.

Questa emergenza è stata gestita male?
“Sia chiaro, non do colpe a nessuno per quanto sta accadendo: una pandemia come questa non era prevedibile. Il problema è come la si sta gestendo. Nella prima parte dell’emergenza si è data priorità, comprensibilmente, alle cose essenziali, ai bene primari, alle persone più esposte. Adesso però non si possono più ignorare certe categorie. E se non si possono dare aiuti, almeno gli si consenta di lavorare. Si può studiare il modo, ad esempio, di mettere in scena spettacoli che si ripetano più volte in una giornata, con ingressi del pubblico scaglionati, mascherine e distanziamento. Insomma, chi ha potere decisionale si sieda attorno a un tavolo e trovi delle soluzioni. Anche perché la musica e l’arte in questo momento sono importanti, offrono un conforto alle persone”.

Anche perché l’arte oggi non viene pagata granché neppure in condizioni normali…
“Purtroppo è vero. Ad esempio non sono d’accordo con le applicazioni che consentono di ascoltare musica gratuitamente. L’arte è lavoro, e il lavoro va retribuito. Altrimenti si veicolano messaggi sbagliati”. 

Come hai vissuto dal punto di vista personale, questa pandemia?
“In famiglia, io, mio marito e mio figlio, abbiamo contratto il virus ancora all’inizio, prima che si sapesse del contagio in Italia. Ho avuto una polmonite, ed è stato impegnativo: si fatica a respirare, si sentono dolori ovunque. Ho avuto strascichi lunghi, e olfatto e gusto non sono più tornati come prima. Sul corpo di una persona sana e giovane è gestibile, su chi è già fragile può essere devastante. Per questo invito tutti a mettere la mascherina e a rispettare le basilari regole di igiene: è importante non ammalarsi e soprattutto non infettare gli altri”. 

Ti è pesato molto il periodo del lockdown?
“E’ stato un periodo pesante, ma dopo i primi giorni con un po’ di ansia piano piano ci siamo adattati. L’uomo ha una capacità di adattamento incredibile. Credo che le esperienze traumatiche vadano vissute in modo positivo e mai passivo. Mi sta aiutando molto un percorso di psicoterapia, che porto avanti da un anno. Credo sia qualcosa che dovrebbero fare tutti, soprattutto in un periodo come questo. Ci sono molti servizi di questo tipo, di cui poter usufruire anche in remoto e gratuitamente. Proprio perché in questo momento non si veda la fine del tunnel, cercare aiuto non è una cosa di cui vergognarsi, anzi, è una cosa fondamentale”. 

Cosa pensi ti resterà di questa esperienza?
“Innanzitutto il pensiero che questo è il momento giusto per ricominciare a guardare al prossimo, ad aiutare chi ne ha bisogno. Di andare oltre l’individualismo in cui noi italiani siamo tanto bravi e tornare a essere altruisti. Quest’anno per Natale vorrei fare meno regali e invece aiutare davvero chi è in difficoltà.
Dal punto di vista lavorativo, invece, credo che da questo periodo uscirà nuova linfa creativa. Mi auguro che tutte le sensazioni negative che la pandemia ci sta portando trovino il modo di essere trasformate. Del resto il vero scopo dell’arte non è quello di descrivere una realtà, ma di raccontarla attraverso un filtro che la rende migliore e più efficace. Per me questa pandemia è stato il momento del risveglio da un periodo di torpore”.

Laura Bosio

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