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'Ecco come dovrà essere il pronto
soccorso del futuro': intervista
al nuovo primario Francesca Co'

Una nuova visione di pronto soccorso, che non dovrà più essere un mero punto di accoglienza e smistamento pazienti, ma il luogo in cui si inizia la cura e la terapia: questo l’obiettivo del nuovo primario, la dottoressa Francesca Co’, insediata da 40 giorni ma già con le idee chiare. A partire dalla gestione dell’emergenza Covid, che in questa seconda fase ha visto una struttura molto più preparata: “Oggi il paziente Covid viene trattato esattamente come qualunque altro paziente con alta probabilità di contagio, sebbene segua un percorso dedicato” spiega la dirigente. D’altro canto, la seconda ondata “è stata nettamente meno impattante della prima per il nostro territorio, che tanto ha sofferto a marzo e aprile, quando la dimensione del problema era stata devastante”.

Oggi le cose funzionano diversamente…
“Oggi siamo preparati, lavoriamo in modo protetto  abbiamo imparato a usare le zone filtro per vestirci e svestirci, riducendo al minimo ogni rischio. Insomma, la gestione di questi malati è diventata parte integrante del nostro percorso di cura”.

Quanti sono gli accessi giornalieri di pazienti Covid al pronto soccorso?
“Sono relativamente pochi, consierando che i pazienti di check list positiva (ossia che a seguito del triage viene introdotto nel percorso covid) sono meno numerosi di quelli negativi, e tra i primi coloro che poi, a seguito di tampone, presentano una effettiva positività al Coronavirus sono davvero pochi.

A che punto sono i lavori per la nuova ala del pronto soccorso?
“Sono terminati e stiamo aspettando gli arredi, che dovrebbero arrivare a breve: auspichiamo di riuscire a entrare prima di Natale.

Questo è il primo passo per arrivare a una riorganizzazione del lavoro. Come dovrà essere il pronto soccorso del futuro?
“Innanziutto sono previsti ulteriori lavori all’interno della struttura, che verrà ristrutturata completamente con fondi che l’azienda ha già a disposizione. Questo porterà a spazi organizzati diversamente e nuovi macchinari. Il pronto soccorso dovrà diventare un luogo completamente inseriro nell’ospedale. Non solo il luogo di smistamento dei pazienti, ma un reparto in cui inizia la cura del malato. In sostanza di tratta del passaggio da un modello gestionale di tipo ‘Admit to Work’, ossia con l’obiettivo di un rapido ricovero poi fare diagnosi in reparto, ad uno denominato ‘Work to admit’, ossia nel quale si cerca di fare la diagnosi più completa possibile in pronto soccorso per poi ricoverare, se necessario, nel reparto più appropriato e al momento giusto. Questo è un concetto fondamentale in un ospedale che vuole andare verso un’organizzazione per intensità di cura. Si tratta di un vero e proprio cambiamento culturale. Altro obiettivo fondamentale che mi pongo è quella di offrire ai pazienti una risposta adeguata e accogliente, qualunque sia la problematica di chi accede alla struttura. Questo significa che gli operatori debvono dare risposta al fabbisogno del malato con il sorriso sulle labbra, anche se si tratta di pazienti con codici di bassa priorità: se un paziente viene in ospedale significa che non ha trovato risposte altrove, e che quindi ha bisogno di noi”.

Cambierà qualcosa nel lavoro della Medicina d’urgenza?
“In questi mesi era stata utilizzata com un reparto di appoggio per i pazienti sospetti covid in attesa del risultato del tampone. Oggi questa necessità è venuta meno, anche grazie all’incrementata velocità nel ricevere i risultati dei tamponi, ed è quindi tornata ad avere il suo ruolo originario, ossia per le degenze brevi (entro 72 ore)”.

Quale è stato l’impatto del suo arrivo a Cremona?
“E’ ancora presto per fare valutazioni, ma posso dire che mi sono sentita ben accolta. Quello di Cremona è un ospedale con molte persone genuine e ho trovato grande disponibilità e gentilezza”.

Laura Bosio

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