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Asst, in arrivo 31
infermieri di famiglia
e di comunità

L’infermiere di famiglia e di comunità è il nuovo servizio di continuità assistenziale dell’ASST di Cremona. Si tratta di un servizio territoriale composto da un’équipe di professionisti che provengono da esperienze diverse, come oncologia, chirurgia, medicina interna, riabilitazione, pronto soccorso, alta intensità, assistenza domiciliare integrata.

Il loro reclutamento è avvenuto attraverso una manifestazione di interesse pubblica. Attualmente sono 25, presto saranno in 31. Nel rispetto dell’accordo stato-regioni, che prevede un numero massimo di 8 infermieri di famiglia per 50mila abitanti, 25 saranno assegnati a Cremona e 6 a Casalmaggiore.

“La diversità, intesa come eterogeneità professionale, sarà la forza di questa équipe”, spiega Paola Mosa (Direttore Socio Sanitario, ASST di Cremona). Gli infermieri di famiglia svolgeranno un ruolo “essenziale sul territorio, soprattutto nella rilevazione e gestione dei bisogni socio-assistenziali, nella sorveglianza e nella presa in carico dell’individuo con fragilità ed elevate complessità socio-sanitarie”. “Fondamentale” sarà “intercettare anche quei bisogni non ancora espressi e fare prevenzione”.

“Sono felice che questo progetto – continua Mosa – frutto del lavoro serrato e della collaborazione interaziendale a più livelli, abbia trovato compimento in un tempo rapido e sia pronto per la piena operatività. A concorrere al risultato sono state la collaborazione particolarmente fruttuosa con la Direzione assistenziale professioni sanitarie (Daps aziendale) e la condivisione in fase di redazione del progetto con ATS Val padana, i medici di medicina generale e i pediatri, entrambi i primi veri riferimenti dei cittadini”.

Il Direttore quindi spiega: “A scanso di equivoci è bene chiarire subito che il servizio può essere attivato solo dal medico di medicina generale, dal pediatra o da un operatore Usca, non dal singolo cittadino. E’ una condizione indispensabile che garantisce l’appropriatezza, ossia l’intervento mirato dove e quando serve”.

“La pandemia – aggiunge Mosa – ha posto in evidenza alcuni bisogni emergenti, soprattutto per le persone fragili, anziane o sole; per chi convive con la disabilità o una patologia cronica invalidante. Per questo il potenziamento delle cure domiciliari è una questione di primaria importanza. Nel 2020, più che mai, si è delineata la necessità di creare figure di riferimento sul territorio, in grado di fornire risposte a problemi reali e mettere in connessione i vari servizi territoriali e ospedalieri. In tal senso il servizio Infermiere di famiglia e di comunità potrà giocare un ruolo essenziale”.

Nadia Poli, Direttore DAPS quindi precisa: “Un infermiere di famiglia e comunità è un professionista che lavora con lo specialista e accanto al medico di famiglia, dando vita a vere e proprie micro-équipe territoriali capaci di stare a fianco del paziente”.

“Secondo l’Oms – continua Poli – il nuovo infermiere è colui che aiuta gli individui ad adattarsi a malattia e disabilità cronica, trascorrendo buona parte del suo tempo a lavorare a domicilio della persona assistita e della sua famiglia. Per questo, l’oggetto dell’assistenza è l’intera comunità, di cui la famiglia rappresenta l’unità di base”.

La Regione ha deliberato ufficialmente l’introduzione nel Servizio sanitario regionale di questa figura. Per “avviare il più velocemente il servizio abbiamo scelto professionisti infermieri preparati e diversamente competenti che hanno maturato esperienza in ambiti differenti, con formazione universitaria di base e post- base, master clinici o in case manager. Questo sarà un punto di forza per assistere al meglio i pazienti fragili e le loro famiglie”.

“In un sistema aperto e circolare – conclude Poli -, dove la salute è strettamente correlata al contesto (natura, società, cultura), la messa in comune dei diversi saperi è l’essenza della cura – conclude Poli. L’infermiere di famiglia nasce proprio da questo presupposto con l’obiettivo di migliorare l’approccio alla persona malata e chi gli sta vicino”.

“L’Infermiere di famiglia, in capo alla ASST di Cremona – aggiunge Gianmario Brunelli (Direttore Dipartimento Cure Primarie ATS Val Padana) – nell’operare nella rete di assistenza territoriale, integra le proprie attività con i Medici di medicina generale e Pediatri, i Medici di continuità assistenziale e delle Unità speciali di continuità assistenziale (USCA) e dei colleghi infermieri che operano negli studi dei Medici di assistenza primaria”.

Brunelli poi continuna: “L’organizzazione e le funzioni al momento proposte, pur fondandosi sulle attuali concrete necessità espresse dalla comunità e dal contesto, sono da ritenere la base di partenza. Attraverso l’osservazione in corso d’opera, il servizio potrà essere opportunamente rimodulato nella pratica, in relazione alle necessità emergenti dei cittadini e delle comunità che gli Infermieri di famiglia avranno il compito di cogliere puntualmente. In un contesto che già da molti anni fa osservare un incremento dei bisogni sanitari e socio-sanitari, divenuto ancora più palese nel corso della pandemia, l’avvio di un servizio infermieristico territoriale a favore anche di specifiche comunità rappresenta un concreto potenziamento della rete di assistenza territoriale a beneficio dei cittadini”.

“Da dicembre ad oggi, i primi otto infermieri arruolati, hanno svolto attività di affiancamento presso alcuni servizi che si occupano di fragilità, valutazione multiporfessionale, cronicità, dimissioni protette – conclude Gianmario Pedretti (Responsabile e coordinatore del progetto). Lo scopo è stato quello di costruire relazioni professionali utili allo sviluppo della loro presenza e attività sul territorio. Attualmente la nostra sede fisica è in via Santa Maria in Betlem, a Cremona e siamo già operativi. Il nostro desiderio è cominciare prima possibile ad entrare nel vivo dell’esperienza”.

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