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Omicidio di via Massarotti
Verso le 13 la sentenza per il
delitto della piccola Gloria

Sarà pronunciata verso le 13 di lunedì dalla Corte d’Assise di Cremona la sentenza nei confronti dell’ivoriano di 38 anni Kouao Jacob Danho, operaio alla Magic Pack di Gadesco, a processo per il delitto della figlia Gloria, di soli due anni, avvenuto il 22 giugno del 2019 nell’abitazione dell’uomo in via Massarotti.

Il 38enne è accusato di omicidio volontario con l’aggravante della premeditazione e dei futili motivi. Lo scorso 17 dicembre il pubblico ministero Vitina Pinto aveva chiesto l’ergastolo per l’imputato, difeso dagli avvocati Giuseppe Bodini e Michele Tolomini. Come parte civile, attraverso l’avvocato Elena Pisati, c’è Audrey Isabelle, la mamma di Gloria ed ex compagna di Danho.

Nella sua requisitoria, il pm lo aveva definito “uno dei delitti più efferati che si possono compiere, quello sulla propria figlia”, mentre sulla premeditazione aveva sostenuto che “Danho aveva già chiaro il suo progetto criminoso”. “Dietro questa vicenda”, aveva detto il pm, “c’è la crisi di una coppia. La compagna voleva integrarsi ed emanciparsi, mentre lui non lo accettava”.  L’imputato, per il pm, “non si è mai dato pace per la rottura con la sua ex, per la quale provava un sentimento morboso. Lui si era speso al massimo per lei, e la donna non lo poteva lasciare”.

‘Isabelle, vivi senza di noi’, quel messaggio scritto su un calendario tre settimane prima dell’omicidio, per il pm è un “monito, è la prova della premeditazione, così come lo è stata anche la richiesta, il giorno dell’omicidio, di poter passare tutta la giornata con la figlia: lui aveva elaborato un piano d’azione ben preciso”. Un omicidio, quello di Gloria, che secondo l’accusa ha avuto il suo movente nella ritorsione nei confronti di Audrey Isabelle, e non nella stregoneria, che, a parere del pm, non ha avuto “alcun risvolto concreto sui fatti”.

Lo scorso 12 ottobre, in aula, l’imputato si era difeso sostenendo di aver perso la testa: “Mi ha preso la follia”, aveva detto, “una follia non naturale, ero vittima di una stregoneria”. Danho aveva spiegato di non aver avuto nulla contro la bambina, addossando la colpa alla famiglia e alle amicizie della sua ex compagna, in particolare alla madre di lei e a una sorta di ‘zia’, una santona che Audrey Isabelle frequentava in Costa d’Avorio e con la quale pregava.

Secondo Danho, che non era ben visto dalla famiglia di lei, quella santona aveva “poteri di creare del male a distanza anche in Italia”. La stregoneria, i problemi con la mamma della piccola e con i genitori di lei, il lavoro che non andava bene, che era a tempo determinato e che rischiava di perdere “perchè non ero concentrato”, avevano creato una “grossa confusione mentale” nell’imputato, già sottoposto a perizia psichiatrica e ritenuto capace di intendere e di volere.

Domani la sentenza sarà emessa dal presidente del tribunale Anna di Martino, dal collega togato Francesco Beraglia e da sei giudici popolari, tre uomini e tre donne.

Sara Pizzorni

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