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Crisi Ucraina: l'Europa
si fa qui o mai più

da Vittore Soldo - segretario provinciale PD

Quanto sta succedendo tra Russia e Ucraina non può e non potrà rimanere un fatto circoscritto tra due nazioni confinanti: già prima dell’invasione militare russa, l’incrinarsi dei rapporti tra i due Stati non riguardava solo questi due Paesi ma rappresentava l’incontro-scontro tra due mondi che hanno continuato ad accumulare tensioni e conflittualità latenti dalla caduta del muro di Berlino e dal superamento delle ideologie del ‘900.

La gravità della situazione ci deve necessariamente far riflettere sulla necessità di un auspicabile rafforzamento dell’Unione Europea, a 30 anni dal trattato di Maastricht che sancì la nascita dell’unione monetaria e della cittadinanza europea: la capacità di allargamento e inclusione dell’unione necessita di un’ulteriore implementazione che porti ad una maggiore e più efficace capacità di inclusione, in funzione dei principi ispiratori originali fondati sul principio della sublimazione delle guerre grazie alla mediazione politica.

L’Europa è nata da un lavoro corale finalizzato al superamento dei conflitti e concretizzato dalla volontà politica basata sul riconoscimento delle diversità, siano esse culturali, di tradizioni religiose o economiche. La forza dell’Unione Europea ha saputo convertire queste differenze da elementi divisivi e portatori di ostilità in occasioni di alleanza e di crescita comune nell’ottica di uno sviluppo cooperativo democratico, grazie al quale promuovere un progressivo e costante, seppur cauto, allineamento degli standard di qualità della vita dei Paesi membri: libertà di culto, di scelte politiche, di accesso all’istruzione e alla sanità, nonché rispetto della libera facoltà di scelta del proprio orientamento sessuale.

E’ universalmente riconosciuto che negli Stati dell’Unione la qualità della vita ed il livello dei diritti umani siano tra i più elevati del mondo, soprattutto rispetto alla capacità di favorire prosperità e sviluppo di organizzazioni pubbliche o private ma ancora di più nei confronti delle libertà individuali dei singoli cittadini.

E’ questo il motivo per cui questa situazione di crisi internazionale, preceduta dalla pesante crisi pandemica che però aveva anche comportato un’altrettanta importante risposta politica che ha saputo rilanciare lo spirito europeista (in barba a chi, qualche tempo prima, ne contestava l’utilità, l’importanza e l’efficacia), deve portare tutte le nazioni europee a rivedere le politiche di condivisione e di sovranità per andare verso la costituzione di una sola forza di interdizione e interposizione militare europea, che venga intesa come forza di pace invece che forza di guerra e che andrà necessariamente ad integrarsi e ad integrare l’azione di politiche di aiuto e solidarietà verso tutte quelle situazioni critiche che saremo chiamati ad affrontare nel prossimo futuro, siano esse dovute ai cambiamenti climatici oppure a crisi di natura politica.

Quanto accaduto dovrà necessariamente farci ripensare anche le strategie di approvvigionamento energetico e di disponibilità di beni e materie prime, anche in funzione della condivisa necessità di prediligere la transizione ecologica su scala globale.

Capiti i limiti attuali dell’Unione e preso atto della necessità di rafforzarne l’azione politica nel contesto mondiale, è altrettanto importante soffermarsi a riflettere sulla tempestiva e bellissima risposta di molti Paesi europei rispetto alla drammatica situazione dei profughi del conflitto ucraino, tra i quali soprattutto l’Italia, in termini di politiche di accoglienza, rappresenta un punto di “non ritorno”. D’ora in poi non potranno più esistere profughi di “Serie A” e profughi di “Serie B” e chi arriva dall’interno del continente europeo dovrà necessariamente essere accolto con le stesse politiche di integrazione e di inclusione rispetto a chi arriva dai mari sui quali si affaccia il nostro stesso continente.

Diversamente l’Europa rischierebbe di non riuscire a reggere l’azione e l’influenza di crisi esterne ai propri confini: di fronte a fenomeni epocali, di scala mondiale, non possiamo più permetterci di guardare altrove e lasciare che i Paesi più esposti dell’Unione gestiscano, da soli, qualsiasi crisi si presenti ai propri confini. Governare direttamente i processi migratori così come le crisi energetiche, dovute alla disponibilità o all’approvvigionamento di beni e materie prime, permetterebbe di giocare un ruolo di primissimo piano nelle dinamiche mondiali ed eviterebbe di subirne le pericolose conseguenze dirette ed indirette.

Decidere di rafforzare ulteriormente l’Unione Europea contribuirebbe a rafforzare le basi sulle quali si poggia un benessere collettivo, diffuso da una democrazia robusta e moderna: il mantenimento della pace necessita, ormai, un ruolo attivo e non più solo passivo. Questo dovrà essere inevitabilmente oggetto di confronto non solo con i partiti di destra che, anche e soprattutto in Italia, in un recente passato hanno provato a minare lo spirito europeista nei cittadini e nelle istituzioni, ma soprattutto dovrà essere messa in campo un’azione politica finalizzata a coinvolgere, nel confronto, tutti i Paesi dell’Unione, tanto più se non direttamente esposti alle crisi degli ultimi anni. Raggiungere questa nuova consapevolezza non solo ci potrà permettere di riparare agli errori commessi rispetto ai grandi sconvolgimenti passati, presenti e futuri a cui siamo stati e saremo esposti ma ci permetterà, finalmente, di “fare” quell’Europa per com’era stata immaginata dai suoi “padri costituenti” che sapevano, per esperienza diretta, quali drammatiche conseguenze si accompagnano ad un conflitto mondiale. Quella che abbiamo di fronte potrebbe essere l’ultima occasione che abbiamo per fare dell’Europa il soggetto propulsore dei valori di pace, libertà e democrazia: ora bisogna avere il coraggio di mettere in pratica questa nuova missione europea.

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