Cronaca
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Mosca, i suoi consulenti: "Quel
farmaco somministrato post mortem"

Settima e ultima udienza, prima delle conclusioni, del processo in Corte d’Assise a Brescia contro l’ex primario del pronto soccorso dell’ospedale di Montichiari Carlo Mosca, 49 anni, originario di Persico Dosimo, accusato di omicidio volontario plurimo per aver iniettato Succinilcolina e Propofol a tre pazienti affetti da Covid nelle primissime fasi dell’emergenza pandemica. Farmaci incompatibili in assenza di intubazione e letali in quanto inducono il blocco dei muscoli e l’arresto respiratorio. Due fiale di Succinilcolina e una fiala di Propofol erano state trovate nel cestino del reparto.

Oggi parola ai cinque consulenti della difesa, rappresentata dagli avvocati Michele Bontempi ed Elena Frigo. In aula, davanti alla Corte presieduta dal giudice Roberto Spanò, si sono succeduti gli interventi di Nicola Cucurachi, medico legale all’università di Padova, Maurizio Leccabue, anestesista e rianimatore di Parma, Antonio Curnis, cardiologo agli Spedali Civili di Brescia, Claudio Muneretto, specializzato in Cardiochirurgia al Civile di Brescia, e Lugi Alberto Pini, specializzato in Tossicologia.

A distanza di quattro mesi dalla morte, i corpi dei tre pazienti Natale Bassi, 61enne di Ghedi, Angelo Paletti, 79enne di Calvisano, e ad Ernesto Nicolosi, 87enne di Carpenedolo, erano stati riesumati per essere sottoposti ad autopsia. Tutti erano risultati ancora positivi al Covid. In nessuno dei tre pazienti era stata trovata Succinilcolina, mentre tracce di Propofol erano state trovate in vari organi del solo Paletti. Per i consulenti della difesa, dunque, manca la prova della somministrazione della Succinilcolina, mentre per il Propofol “ci sarebbe un’ipotesi concreta di somministrazione post mortem”, in quanto nel cervello del paziente erano state trovate tracce infinitesimali del farmaco. Se fosse stato somministrato in vita, la quantità avrebbe dovuto essere molto maggiore. Sulla quantità di Propofol somministrato, i consulenti non hanno dato certezze: “a distanza di tanti mesi, il dato non è valutabile”.

Secondo l’imputato, arrestato nel gennaio del 2021 e tutt’ora ai domiciliari. qualcun altro avrebbe potuto somministrare il Propofol a Paletti. “Io non sono stato”, si era difeso. “Non aveva senso farlo, quel paziente non doveva essere intubato. Mi hanno fatto una cattiveria, chiunque poteva utilizzarlo, qualcuno a cui non stavo simpatico. Io mi sono fatto le mie idee”.

In aula i consulenti della difesa hanno aggiunto un fattore altrettanto importante, e cioè la mancanza del nesso causale tra la somministrazione di quei due farmaci e la morte. “Si trattava di tre pazienti molto gravi, tutti con più fattori di rischio, e tutti con prognosi infausta a breve termine e che non potevano essere sottoposti a trattamenti intensivi. In molti pazienti con queste caratteristiche, il Covid ha causato un arresto cardiaco, non respiratorio”.

“Chi volesse fare un’eutanasia di nascosto”, ha detto uno degli esperti di parte, “dovrebbe prima aprire il Propofol, aspirarlo ed iniettarlo, e poi somministrare la  Succinilcolina, che provoca una prima fase di scarica con fascicolazioni, quasi come se il paziente avesse un attacco epilettico e che per questo motivo deve essere legato. Chiunque pensi di fare queste manovre dovrebbe essere certo che nessuno possa entrare in quella stanza per due minuti e mezzo-tre. Perchè si renderebbe conto di quello che sta succedendo. Per poi mettere in bellavista nel cestino le fiale vuote”.

Mosca e i suoi legali

Scintille, in aula, durante il contraddittorio tra i consulenti del pm e i colleghi di parte. Per gli esperti del pm Federica Ceschi, sentiti il 7 marzo scorso, la concentrazione di Propofol trovata nel paziente Paletti, “corrispondente ad un’intera fiala”, era invece “compatibile con una somministrazione effettuata nell’immediatezza della morte”. Di Paletti, definito “un paziente non in coma che diventa in un attimo in coma”, gli esperti dell’accusa avevano puntato l’attenzione sulla mancanza di parametri clinici di quella condizione tanto improvvisa e sull’assenza di documentazione. “Il dato clinico parla di morte improvvisa dovuta a trombo embolia, ma il medico legale ha sostenuto di non aver trovato segni di embolia polmonare massiva”.  Per i consulenti del pm, inoltre, il Propofol avrebbe potuto essere certamente causa della morte, in quanto “il suo effetto, in un paziente con quell’insufficienza respiratoria, è quello di provocare ostruzione delle vie respiratorie”.

Paletti era un paziente arrivato in condizioni gravi, con problematiche igieniche e con piaghe da decubito. Ma per il medico legale Antonello Cirnelli, esperto del pm, “era un paziente grave, ma non spacciato no”. “Spacciato” lo era invece Nicolosi, ha ammesso Cirnelli, “mentre Bassi la sera prima era molto più spacciato della mattina successiva, quando il valore di ossigeno era migliorato”. Poi era intervenuto un improvviso arresto cardiocircolatorio. “La mortalità da Covid in Lombardia su tutti i pazienti”, ha ribattuto uno dei consulenti di parte, “era del 50%. Figuriamoci per pazienti come Bassi, che era diabetico, cardiopatico e in sovrappeso”.

L’imputato Carlo Mosca

A denunciare il primario Mosca, il 23 aprile del 2020, era stato l’infermiere Michele Rigo, che il 18 marzo aveva risposto ad una telefonata dell’imputato che gli avrebbe chiesto di somministrare ad un paziente due fiale di Succinilcolina. “Sono rimasto stupito”, aveva raccontato l’infermiere, “perchè questo paziente non doveva essere intubato”. “Con Rigo non si è mai parlato di Succinilcolina”, aveva chiarito Mosca. “Io avevo dato delle disposizioni per somministrare morfina”.

Di quella telefonata con Mosca, Rigo aveva parlato con alcuni colleghi, tra cui Massimo Bonettini, e da lì era partito un tam tam di messaggi e telefonate ed era partita “l’indagine interna” dei due infermieri che aveva poi inguaiato l’allora primario.

L’udienza è stata aggiornata al primo luglio per le conclusioni e la sentenza.

Sara Pizzorni

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