Cronaca
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Mosca, "l'ammissione" sui farmaci
In aula il collega: "Non le diedi peso"

Mosca insieme ai suoi legali

Parola ai testimoni della difesa, nella sesta udienza del processo in Corte d’Assise di Brescia contro l’ex primario del pronto soccorso dell’ospedale di Montichiari Carlo Mosca, 49 anni, originario di Persico Dosimo, accusato di omicidio volontario plurimo per aver iniettato farmaci, risultati letali, a tre pazienti affetti da Covid nelle primissime fasi dell’emergenza pandemica.

Dopo l’esame dell’imputato, che il 4 aprile scorso per cinque ore si è difeso, sostenendo di non aver mai somministrato Succinilcolina e Propofol, farmaci incompatibili in assenza di intubazione, ai pazienti Natale Bassi, 61enne di Ghedi, Angelo Paletti, 79enne di Calvisano, e Ernesto Nicolosi, 87enne di Carpenedolo, oggi la Corte, presieduta dal giudice Roberto Spanò, ha ascoltato la testimonianza “chiave” di Riccardo Battilana, il giovane medico a cui Mosca, secondo il pm Federica Ceschi, avrebbe “confessato” di aver somministrato quei farmaci. Si tratta dell’intercettazione ambientale registrata il 2 luglio del 2020 nell’area fumatori dell’ospedale di Montichiari nella quale si sentirebbe l’ex primario rispondere “Eh sì” ad una domanda del collega che gli aveva chiesto se davvero avesse iniettato Succinilcolina e Propofol ai pazienti. Un’affermazione, a detta di Mosca, che sarebbe stata pronunciata in tono ironico.

La testimonianza d Battilana

Poteva l’imputato aver confessato un omicidio ad un medico ultimo arrivato?. Un “giallo” che oggi il testimone Battilana, entrato in servizio al pronto soccorso di Montichiari il primo aprile del 2020, nonostante le numerose sollecitazioni a ricordare da parte del presidente Spanò, soprattutto sul tono di quella risposta, non è riuscito a svelare. “Non mi ricordavo di questa conversazione”, ha riferito Battilana, “non le avevo dato alcun peso. Presupponevo che lui sapesse cosa stava facendo. Io non sono anestesista e non sono abilitato ad intubare. In quel momento avevo altre cose per la testa e non avevo percepito la gravità della cosa”.

Sull’utilizzo dell’intercettazione tra Battilana e Mosca nella quale il video era stato montato con l’audio, la difesa si è opposta. Al termine dell’udienza la Corte d’Assise ha quindi visionato, in camera di consiglio, audio e video distintamente.

L’allievo Battilana ha poi parlato del suo ex primario come un medico “dalla personalità interventistica”, e lo ha fatto, citando il caso di un paziente “super critico” arrivato in pronto soccorso il primo ottobre 2020. “Un morto che cammina”, lo aveva definito Battilana. Il paziente era stato prima “scaricato”, e cioè gli era stata trasmessa una scossa elettrica al cuore, e poi intubato, previa somministrazione del Propofol. “Io, per esempio, avrei utilizzato un farmaco antiritmico senza intubarlo”, ha detto il testimone, “mentre Mosca ha spinto, ha tentato il tutto per tutto per salvargli la vita. C’è una strada conservativa, una interventistica e c’è una via di mezzo. Mosca seguiva la strada interventistica, uno può condividerla o meno”.

Sulla frase pronunciata all’epoca dei fatti da Battilana riferita proprio al caso di quel paziente, e cioè: “Ci ha pensato poi Mosca a dargli la mazzata finale”, è intervenuto lo stesso imputato per spiegare che in gergo medico, “mazzata” vuol dire quando si dà la scossa al paziente. “In quel caso”, ha spiegato Mosca, “avevo somministrato il Propofol, che si utilizza prima di ‘scaricare’ il paziente, successivamente  intubato”.

La testimonianza di Mosca nella precedente udienza

Secondo i consulenti del pm, tracce di Propofol erano state trovate solo nel corpo di Angelo Paletti, uno dei pazienti contestati a Mosca, mentre la Succinilcolina non era stata trovata in nessuno dei tre deceduti. “Non è rintracciabile”, avevano spiegato gli esperti, “in quanto gli enzimi del corpo la disperdono. Non possiamo sapere se fosse stata somministrata”. In Paletti, secondo i consulenti, il Propofol era stato iniettato peri mortem, e cioè poco prima del decesso. Per l’accusa, non c’era motivo di somministrare il farmaco a quel paziente, che non era stato intubato.

Secondo l’imputato, arrestato nel gennaio del 2021 e tutt’ora ai domiciliari. qualcun altro avrebbe potuto somministrare il Propofol a Paletti. “Io non sono stato”, si era difeso. “Non aveva senso farlo, quel paziente non doveva essere intubato. Mi hanno fatto una cattiveria, chiunque poteva utilizzarlo, qualcuno a cui non stavo simpatico. Io mi sono fatto le mie idee”.

Nessuno dei testi sentiti finora ha detto di aver mai visto Mosca somministrare quei farmaci. Nemmeno l’infermiera Franca Scalmana, sentita oggi in aula. “Non ho mai sospettato di un uso anomalo di  quei farmaci da parte di Mosca”, ha detto oggi la testimone in aula, che ha aggiunto che “tutti possono accedere ai farmaci custoditi nel frigorifero”.

A denunciare il primario Mosca, il 23 aprile del 2020, era stato l’infermiere Michele Rigo, che il 18 marzo aveva risposto ad una telefonata di Mosca che gli avrebbe chiesto di somministrare ad un paziente due fiale di Succinilcolina. “Sono rimasto stupito”, aveva raccontato l’infermiere, “perchè questo paziente non doveva essere intubato”. “Con Rigo non si è mai parlato di Succinilcolina”, aveva chiarito Mosca. “Io avevo dato delle disposizioni per somministrare morfina”.

Di quella telefonata con Mosca, Rigo aveva parlato con alcuni colleghi, tra cui Massimo Bonettini, e da lì era partito un tam tam di messaggi e telefonate ed era partita “l’indagine interna” dei due infermieri che aveva poi inguaiato l’allora primario.

“Con Bonettini eravamo molto amici prima che succedesse tutto questo”, ha riferito oggi in aula l’infermiera Silvia Fenocchio. “Non ha avuto un comportamento corretto. Mi sembrava un’assurdità, questa storia di cui mi aveva parlato. Un gossip ospedaliero, di quelli che dal niente diventano una montagna. A me, Rigo non mi ha mai chiesto di partecipare all’iniziativa di raccogliere le firme per denunciare Mosca”. Davanti ai giudici, la testimone ha anche aggiunto di non aver mai visto l’ex primario somministrare quei farmaci, nè di esserselo sentito chiedere dallo stesso. “Lo conosco da molto tempo, so come lavora”, ha aggiungo ancora Silvia, che in un’intercettazione con una sua cugina aveva detto: “Se dovessi essere chiamata lo difenderei a spada tratta, come Lady Oscar”.

Il processo è alle ultime battute. La prossima udienza, fissata al 23 maggio, saranno sentiti i consulenti medici della difesa, rappresentata dagli avvocati Michele Bontempi ed Elena Frigo, mentre il 23 giugno le conclusioni con la sentenza.

Sara Pizzorni

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