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Pochi medici? Mettiamo gli infermieri
Fa discutere la proposta Moratti

Infermieri come “supplenti” dei medici di medicina generale per brevi periodi durante contesti  particolarmente difficili come la stagione estiva. La proposta della vicepresidente della regione Lombardia Letizia Moratti ha scatenato la reazione dell’Ordine dei Medici.

Nel servizio di Giovanni Palisto, l’intervento di Federico Bontardelli dell’Ordine dei Medici di Cremona.

Particolarmente critico sull’idea il consigliere regionale Dem Matteo Piloni: “Non è possibile continuare a creare contrapposizioni e frizioni tra professioni.

“Come gruppo Pd, abbiamo presentato una mozione, che va in Aula martedì prossimo, dove parliamo proprio della multidisciplinarietà del sistema e della sinergia tra le varie professioni” ricorda Piloni. “E questo perché la carenza di personale e le difficoltà da affrontare necessitano della massima razionalizzazione e di un utilizzo ottimale delle risorse. Quindi, vorremmo sapere dalla Moratti in cosa consiste la sperimentazione che ha annunciato. Scelte di questo genere hanno bisogno di un necessario coinvolgimento del Consiglio regionale e di un coordinamento secondo regole nazionali che non possono essere interpretate dai livelli regionali”.

“Soprattutto -aggiunge Piloni – stupiscono le dichiarazioni della vicepresidente che parla di supplenza e interscambiabilità di ruoli tra medici e infermieri. Noi pensiamo che laddove ci siano delle sedi vacanti di medici di medicina generale, la presenza degli infermieri all’interno delle Case di comunità possa rappresentare una prima interfaccia con il cittadino, appropriata per la tipologia di bisogni che esprime quel livello, ma senza interferire con gli status professionali e mantenendo il netto confine tra competenze. Continuare a mettere in contrapposizione professioni sanitarie e professione medica non giova certo a quel percorso di integrazione da tutti invocato e indispensabile per costruire finalmente la medicina territoriale in Lombardia”.

“Non possiamo permetterci di sprecare l’occasione delle Case della comunità, considerandole dei semplici poliambulatori e senza reale integrazione tra diverse professioni e tra sanità e sociale” conclude Piloni.

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