Cronaca
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A Cremona due prelievi
multiorgano in pochi giorni

Una vita può salvarne molte altre. Tra ottobre e novembre, all’Ospedale di Cremona sono stati effettuati per la prima volta due prelievi multiorgano “a cuore fermo”. Si tratta di una metodica estremamente complessa, che consente di aumentare significativamente il numero dei trapianti con buoni risultati clinici. Per metterla in pratica servono protocolli specifici, in grado di definire i diversi aspetti organizzativi, etici e medico-legali. Non ultimo, l’uso di tenologie all’avanguardia, che consentono di gestire la delicata fase tra il prelievo degli organi e il loro trapianto.

L’ospedale di Cremona è tra i pochi centri regionali che praticano la donazione a cuore fermo: un risultato possibile grazie ad una rete di specialisti che parte da Cremona e supera i confini provinciali. Preparazione, competenza e capacità di collaborare hanno garantito la buona riuscita dell’intervento, possibile anche grazie alla sensibilità delle famiglie coinvolte. Gli organi prelevati – reni, fegato e polmone – sono stati donati a sei diverse persone.

La donazione di organi e tessuti, di norma, viene effettuata da pazienti in stato di morte cerebrale a cuore ancora battente. “In questo caso – spiega Alberto Bonvecchio, (responsabile del Coordinamento Donazione Organi e Tessuti dell’Asst di Cremona) – il cuore del donatore è fermo: ciò comporta una procedura clinico-chirurgica di alta complessità, che richiede un elevatissimo livello di collaborazione tra strutture e discipline diverse”. Dal punto di vista tecnico, l’intervento consiste nel preservare la funzionalità degli organi interessati con un sistema di circolazione extracorporea (ECMO), in modo da limitarne il danno per mancanza di sangue e garantirne la buona qualità finalizzata al trapianto.

“Questo tipo di percorso – aggiunge Bonvecchio – viene preso in considerazione solo nel caso il paziente non abbia alcuna possibilità di ripresa nonostante i trattamenti ipertensivi, la cui prosecuzione non solo non porta ad alcun beneficio, ma rischia di essere inappropriata e causare ulteriore sofferenza. Ogni decisione non può prescindere dalla relazione di fiducia con i familiari, in cui l’ascolto e la comunicazione giocano un ruolo fondamentale. In entrambi i casi il dono è stato una scelta condivisa in tutti i suoi passaggi delicati”.

Oltre all’attività del Coordinamento Donazione Organi dell’Asst di Cremona, che ha consentito l’attivazione e l’organizzazione dell’intera procedura, l’équipe curante di anestesia e rianimazione ha svolto un ruolo determinante, specialmente nel percorso di fine vita che si è svolto nel rispetto delle volontà espresse dal malato in accordo con i familiari. Durante il prelievo si è dimostrato insostituibile l’apporto degli Infermieri del Gruppo Operatorio, strumentisti e nurse di sala, motivati e di grande professionalità. Prezioso anche il supporto tecnico ricevuto dalla Cardiologia e dalla Radiologia, dal Laboratorio analisi e dall’UO di Anatomia Patologica.

“Quando si parla di urgenza o si trattano situazioni estremamente delicate, lavorare come un’unica squadra è fondamentale” afferma Enrico Storti (direttore Anestesia e Rianimazione Asst Cremona). “In un anno, gli interventi di questo tipo in Lombardia si contano sulle dita di una mano e hanno un livello di complessità decisamente alto. In genere richiedono molte ore consecutive di sala operatoria, nello specifico più di sette, e il contesto in cui tutto accade fa senz’altro la differenza. La preparazione e la condivisione delle procedure e delle modalità operative fra i sanitari sono essenziali: tutti devo lavorare in sincrono, su percorsi paralleli e complementari, dal momento zero (identificazione del caso) alla preparazione del paziente e il coinvolgimento dei familiari che sono interlocutori fondamentali. Queste due storie ci insegnano ancora una volta che il dono rappresenta una possibilità per dare senso al dolore e restituire la speranza di vita a chi è in attesa di ricevere”.

Il ringraziamento dell’Asst di Cremona si estende alla rete organizzativa di Regione Lombardia (Centro Regionale Trapianti e Centro interregionale per i trapianti), agli Ecmo Team del policlinico san Matteo di Pavia e dell’Ospedale di Brescia, le équipe chirurgiche di prelievo (la Cardiochirurgia e Chirurgia Toracica del Policlinico S. Matteo IRCCS Pavia, la Chirurgia generale 3 – trapianti addominali Asst Papa Giovanni XXIII Bergamo e l’Istituto Nazionale Tumori di Milano).

Il programma di Regione Lombardia offre a possibilità di attivare un “ECMO Team itinerante”, come quelli intervenuti a Cremona. “Come “prima volta” di Pavia-Cremona per una donazione a cuore fermo, direi che il risultato è stato ottimo”, scrive in una nota di ringraziamento Andrea Bottazzi, responsabile dell’UOS Anestesia Rianimazione 4 – Coordinamento Centro Donazioni Organi del Policlinico San Matteo di Pavia. “Invidiabili l’organizzazione del personale medico e infermieristico, la precisione dei percorsi di fine vita e di donazione, e l’evidente armonia che regna tra specialisti e operatori sanitari. Speriamo sia la prima di una lunga serie di collaborazioni”.

Il buon esito dei due interventi effettuati “ci qualifica tra i centri abilitati a praticare la donazione a cuore fermo”, riprende Bonvecchio. “Trattare un potenziale donatore ha una valenza scientifica importante anche per i nostri professionisti: prevede un’esperienza e una serie di nozioni che possono rivelarsi utili nei vari ambiti operativi, con ricadute positive sull’attività ordinaria e sulla formazione dei singoli specialisti coinvolti”.

Per quanto riguarda i prelievi multiorgano effettuati con questa metodica, in Lombardia se ne contano 124 in 14 anni (dal 2008 ad oggi), di cui sei a Cremona. La procedura “a cuore fermo” non sostituisce quella “a cuore battente” ma costituisce una modalità di prelievo aggiuntiva, consentendo d’intercettare un numero di donatori ancora maggiore. Per questo motivo è particolarmente diffusa a livello internazionale ed europeo: in paesi come la Spagna, costituisce il 30 per cento delle donazioni complessive.

Su scala regionale sono ancora pochi gli ospedali attivi su questo fronte, che oltre alle adeguate strumentazioni richiede un impegno di risorse sanitarie, professionali e un complesso iter organizzativo. «In questi vent’anni ci siamo preparati» afferma Bonvecchio, citando il convegno svolto lo scorso 7 maggio sugli aspetti etici e pratici della donazione. «Non è mancata la formazione sul campo, svolta affiancando équipe specializzate di altre strutture – tra cui quella del San Matteo di Pavia – per essere pronti a questo tipo di evenienza, e così è stato».

Dai primi mesi del 2022, l’Asst di Cremona ha emesso un’articolata procedura aziendale per la gestione del percorso di fine vita. Come sottolinea Bonvecchio, “Questo approccio è per Cremona una pietra miliare: siamo tra i pochi ospedali in Italia ad operare in questo modo. È un approccio estremamente garantista, che porta a considerare il percorso di fine vita solo qualora abbia senso dal punto di vista etico e terapeutico. Ciò consente la collaborazione e l’integrazione delle diverse équipe, per decidere insieme in che direzione proseguire. Il trattamento di fine vita è a sua volta una terapia, finalizzata ad accompagnare il paziente verso ciò che sarebbe il naturale decorso della sua condizione.

Oltre all’assistenza clinica, la persona e i familiari sono seguiti in ogni fase e possono richiedere supporto psicologico o assistenza spirituale. Solo in un secondo momento si tocca il tema della donazione di organi, che nel caso si riscontri il favore del paziente consente di rispettare un’ulteriore volontà della persona. «Sono situazioni di estrema delicatezza – aggiunge Bonvecchio – in cui il giusto tempismo è fondamentale sia per comunicare con la famiglia sia per disporre ciò che è necessario a rendere efficace l’intero percorso di donazione”.

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