Truffa Postepay, la vittima: "Sono
stata ingenua". Punito l'autore
42enne raggirata: "Ho sporto denuncia perchè chi mi ha truffato paghi. Imputato condannato a un anno e quattro mesi
“Ingenuamente sono caduta in questa truffa e ho scelto di denunciare affinchè il responsabile possa aver la sua punizione e non lo faccia più”. Sono le parole pronunciate oggi da una 42enne, vittima di un raggiro effettuato tramite Postepay nel luglio del 2021. L’imputato, Stefano, con alle spalle precedenti specifici, è stato condannato dal giudice ad un anno e quattro mesi di reclusione con la revoca del beneficio della sospensione condizionale della pena.
Il 4 luglio del 2021, la 42enne aveva messo in vendita online un mobile da salotto al prezzo di 200 euro, pubblicando sui siti il suo numero. Nella stessa giornata la donna aveva ricevuto la telefonata di un uomo che era interessato all’acquisto. “Mi ha detto di andare ad uno sportello delle Poste e poi di richiamarlo“, ha spiegato la vittima. “Una volta arrivata davanti allo sportello, l’ho contattato e mi ha dato le indicazioni. Mi ha fatto inserire il codice della sua Postapay e mi ha fatto fare due bonifici da 250 euro l’uno“.
Quando la donna aveva chiesto spiegazioni, avendo capito che invece di essere pagata per il mobile, era lei che stava versando dei soldi, l’uomo le aveva detto che si trattava di una tutela antifrode, e di stare tranquilla che le sarebbero stati accreditati i 200 euro del mobile. “Avevo le palpitazioni a mille“, ha ricordato la vittima. “Lui era molto insistente e rassicurante“.
Quando la 42enne era rincasata, aveva raccontato quanto accaduto al marito, ma aveva già capito di essere stata raggirata. “Ho provato a chiamare quell’uomo al telefono, ma non mi ha mai risposto. Gli ho mandato un messaggio su whatsapp dandogli del truffatore e chiedendo indietro il mio denaro, ma nulla“. Il 5 luglio era stata sporta denuncia presso i carabinieri. “Ho comunque tenuto l’estratto conto della carta di credito con i miei due pagamenti”, ha ricordato la donna, che in quel periodo aveva anche problemi economici.
Le indagini hanno permesso di risalire al nome di Stefano. Il numero di cellulare con corrispondeva al suo, ma i versamenti erano stati effettuati sulla sua carta di credito. La difesa, rappresentata in aula dall’avvocato Michela Tomasoni in sostituzione di un collega di Treviso, ha definito l’imputato una “testa di legno”, un “soggetto debole” adescato dai veri truffatori per sottoscrivere contratti o aprire carte, celando in questo modo l’identità dei veri beneficiari.
Sara Pizzorni