Spettacolo

"Don Quichotte" chiude
la stagione d'Opera

Una scena dello spettacolo
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La Stagione d’Opera del Teatro Ponchielli si chiude con un titolo di rara esecuzione, Don Quichotte, in scena venerdì 23 gennaio (ore 20) e in replica il 25 gennaio (ore 16), del compositore francese Jules Massenet. Giunto verso la fine della sua vita, Massenet si sentì irresistibilmente attratto dalla figura di Don Chisciotte come incarnazione di una classicità, eroica e sublime, che ormai volgeva al tramonto.

Nell’opera confluirono solo poche scene del capolavoro di Cervantes e venne data grande importanza al personaggio di Dulcinea, che diventa la coprotagonista dell’opera. All’interno della partitura, si ritrovano dettagli di pregio che rendono questo titolo un capolavoro della letteratura romantica, delineando personaggi malinconici e sognatori. Sul podio il M° Jacopo Brusa, mentre la regia è affidata a Kristian Frédric, direttore della compagnia Lézards Qui Bougent dal 1989, festival di performance, decorato con il Chevalier des Arts et des Lettres in Francia.

Qui, Don Quichotte si chiama Nicola. È un ex intellettuale, colto, sensibile, la cui memoria lo sta abbandonando con dolcezza. Vive in una casa di riposo elegante, immersa in una luce tenue –ma nella sua mente, i confini si sciolgono. I volti del quotidiano diventano personaggi di romanzo, gli oggetti si trasformano in compagni d’avventura. In questa regia non voglio mostrare la malattia, ma ciò che essa rivela: la parte infantile che resiste, la potenza del sogno, la forza di inventare ancora, anche quando tutto sembra svanire. Renata diventa Dulcinea, Sancho diventa un fratello d’anima, e la casa si trasforma in un regno. Tra realtà e immaginazione, Nicola ritrova un soffio d’avventura, una dignità, una luce.

Parla della fragilità, della cura, dello sguardo pieno di compassione verso chi si perde nei propri labirinti interiori. E interroga ciò che l’arte può ancora fare quando la memoria scompare: può raccogliere i frammenti di una vita, mantenere viva una traccia, come quelle mani d’ocra che un tempo si posavano sulle pareti delle grotte?

Forse creare, recitare, cantare – è semplicemente questo: lasciare un’impronta, un segno, un respiro contro l’oblio. “L’arte non spiega. Testimonia. Sussurra con dolcezza: sono qui” (note di regia di Kristian Frédric).

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