Cronaca

Giorno del ricordo: cerimonia al Civico Cimitero di Cremona

Presenti autorità civili e militari e i rappresentanti del Comitato di Cremona dell'Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia

La cerimonia di questa mattina
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In occasione del Giorno del Ricordo, ricorrenza istituita per conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra, al Civico Cimitero di Cremona alla presenza delle autorità civili e militari e dei rappresentanti del Comitato di Cremona dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, è stata deposta una corona d’alloro al monumento ai caduti Giuliano-Dalmati di tutte le guerre.

Dopo la benedizione impartita da don Achille Bolli, cappellano del cimitero, le parole di Tiziano Bellini, referente del Comitato di Cremona dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia.
“Purtroppo – ha detto – la storia si ripete e questo fa male al cuore a noi figli di esuli di seconda generazione. Per cui bisogna ricordare il passato per cercare di capire il presente e per cercare di migliorare il mondo che purtroppo sta ripetendo gli stessi errori del passato”.
“La memoria civile non è un campionato del dolore, è un esercizio di responsabilità”.

Un momento della cerimonia

 

La cerimonia al Cimitero si è conclusa con l’intervento del sindaco Andrea Virgilio.
“Il Giorno del Ricordo – ha detto il primo cittadino – non chiede parole solenni, ma parole giuste. Perché questa memoria, se la riduciamo a un rito ripetuto la tradiamo due volte: tradendo i fatti e tradendo le persone. Su questa storia esistono due scorciatoie ugualmente ingiuste: la prima è trasformarla in un racconto a tinte semplici, con ruoli già assegnati, dove la storia serve solo a confermare un’idea preconfezionata; la seconda è farne una gara di sofferenze, come se ricordare significasse scegliere una tragedia contro un’altra. Ma la memoria civile non è un campionato del dolore: è un esercizio di responsabilità”.

“La parola “foiba”, prima ancora di essere storia, è geografia – ha poi affermato -: è un vuoto nella roccia, un inghiottitoio. Ed è proprio questa fisicità che ci richiama a un dovere: parlare dei fatti con la stessa concretezza, senza deformare, senza cedere alla tentazione di usare le vittime come argomento nelle polemiche del presente. Chi ha sofferto merita rispetto, non semplificazioni“.

 

La benedizione al Civico Cimitero cittadino

 

“La parola ‘complessità’ non deve diventare un alibi. Non è un modo elegante per sfumare il dolore, è il contrario: è il modo per non falsare ciò che è accaduto. È il modo per evitare che la memoria venga ridotta a propaganda, e per impedire che i fatti vengano piegati al bisogno di “avere ragione” oggi. La verità storica non consola: orienta. E se orienta bene, aiuta una comunità a non ripetere gli stessi meccanismi di disumanizzazione“.

“Ecco perché oggi dobbiamo tenere insieme due cose, senza separarle. La prima è il rispetto pieno per le vittime, per chi è stato ucciso o è scomparso, per chi è stato detenuto o deportato. La seconda è la fedeltà alla verità storica, che non è freddezza o relativismo, ma rifiuto delle caricature. Verità storica significa non piegare i fatti alle convenienze del presente; significa non usare la memoria per cancellare ciò che non conviene vedere; significa riconoscere che la violenza non nasce dal nulla e che i totalitarismi – quando si impadroniscono delle persone, quando pretendono “purezza”, quando trasformano l’identità in gerarchia – cominciano sempre allo stesso modo: prima restringono i diritti, poi restringono le vite“.

“Dire tutto questo significa capire il meccanismo – ha concluso Virgilio -. Il fascismo ha preparato il terreno con la violenza e la negazione dei diritti; il titoismo comunista ha trasformato una parte di quella reazione in violenza di Stato, intrecciando vendetta, rivoluzione e controllo territoriale. E noi ricordiamo per interrompere, non per prolungare, questa catena. E a chi porta nel proprio nome, nella propria storia familiare, nella propria memoria domestica, la traccia di quell’esodo e di quelle perdite, voglio dire una cosa semplice: questa città vi riconosce. Non per concessione, ma per giustizia. Perché siete parte della nostra storia comune”.

Per l’occasione, come disposto dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri – Ufficio del Cerimoniale di Stato, bandiere a mezz’asta sono state esposte su tutte le sedi comunali.

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