Opinioni

Fatti di Torino, la sicurezza non può essere una bandiera elettorale

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I recenti fatti di Torino sono il sintomo di una ferita profonda. Come socialisti, riteniamo che la risposta dello Stato non possa limitarsi al solo “pugno di ferro”: la repressione, priva di visione, è solo la confessione di un fallimento nella gestione dei conflitti di una comunità.

La sicurezza si fonda sulla giustizia sociale, intesa come riduzione delle disuguaglianze e promozione delle pari opportunità, piuttosto che sulla sola repressione dei reati. Quando la sanità pubblica viene smantellata e la scuola smette di essere un ascensore sociale, il territorio si frammenta. Non c’è legalità senza investimento nei servizi essenziali; la sicurezza non può essere una bandiera elettorale, ma il risultato di una società che non abbandona nessuno.

Parallelamente, è doveroso denunciare l’ipocrisia di chi invoca il rigore mentre costringe le Forze dell’Ordine a turni massacranti. Con una carenza organica che sfiora le 30.000 unità tra Polizia, Carabinieri e Finanza, e un’indennità di ordine pubblico ferma a circa 8 euro netti, lo Stato continua a chiedere sacrifici ai propri agenti senza offrire loro il rispetto e le risorse che meritano. Il problema della “divisa” è lo specchio di una crisi sistemica del pubblico impiego: il lavoro statale non garantisce più ascesa sociale, ma è diventato una professione di frontiera sottopagata. Pensiamo ai turni snervanti di medici e infermieri, al lavoro poco riconosciuto di docenti e personale della scuola pubblica, spesso vittime di aggressioni solo per aver svolto il proprio dovere.

Ci vogliono adeguamenti salariali immediati per un dignitoso riconoscimento economico e sociale. Non si tratta solo di potere d’acquisto, ma di dignità professionale. Infine, non va trascurata l’emergenza carceraria: un sistema già al collasso che non può assorbire nuovi flussi di detenuti derivanti da una gestione della piazza esclusivamente repressiva. Senza un apparato detentivo in grado di assolvere alla propria funzione costituzionale, l’ordine pubblico si riduce a un mero esercizio di contenimento.

“Il diritto di riunione pacifica e senza armi” è un pilastro della democrazia, garantito dall’Articolo 17 della Costituzione Italiana. L’uso della forza va condannato senza se e senza ma; tuttavia, altrettanto va condannata la tendenza a sfruttare singoli episodi critici per introdurre misure restrittive generalizzate. Non bastano gli 1,5 miliardi stanziati dal Governo per risolvere la crisi: se i sindacati chiedono assunzioni urgenti per coprire il turnover, organizzazioni come Amnesty International lanciano l’allarme contro la criminalizzazione del dissenso. Solo un’Italia più giusta, che investe nel lavoro e nella dignità, può essere un’Italia davvero sicura.

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