Un'iraniana a Cremona: "All'estero la chiamano guerra, noi speriamo in una liberazione"
La testimonianza di una donna cremonese, iraniana d'origine: dalla rivoluzione degli anni '70 agli scontri degli ultimi giorni, ecco cosa c'ha raccontato
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“Non immaginavamo che potessero scoppiare rivolte così importanti. La popolazione era ormai ‘abituata’ da 47 anni a soprusi, arresti e impiccagioni pubbliche. Si era creata una sorta di assuefazione al dolore e alla violenza dei pasdaran”.
Non vuole mostrare il volto, preferendo rimanere anonima, ma la sua voce la fa sentire forte e chiara. È la voce di una cittadina iraniana, cremonese doc, che in questi giorni sta seguendo con attenzione quanto sta accadendo nel suo Paese d’origine.
Con tono fermo ripercorre la storia dell’Iran, dalla rivoluzione della fine degli anni Settanta alle proteste più recenti – da quelle per il pane dello scorso dicembre ai bombardamenti congiunti di Stati Uniti e Israele – che lei definisce ‘un aiuto provvidenziale’.
“Una guerra non si può combattere da una sola parte – spiega -: da un lato c’era una fazione senza armi, dall’altro un regime dotato di ogni mezzo. Per questo dall’Iran è stato chiesto un intervento esterno: proprio ai due storici nemici, Stati Uniti e Israele. Hanno fatto quello che potevano, ma senza armi non era possibile andare oltre. Come i partigiani italiani non avrebbero mai potuto sconfiggere il fascismo da soli, così noi in Iran non possiamo liberarci da un regime che ci opprime da quasi mezzo secolo. All’estero viene chiamata guerra, noi la chiamiamo liberazione“.
“Aspettavano da anni un segnale dall’estero – aggiunge -, una luce in fondo al tunnel. Sappiamo tutti che la guerra non è una cosa bella e che ci saranno vittime civili e militari, anche americani e israeliani. Ma noi non desideriamo la morte di nessuno: vogliamo solo che qualcuno ci aiuti e capisca che questo intervento non è contro di noi, ma per noi“.
Proteste che si legano a doppio filo al tema dei diritti, spesso negati in Iran: “le donne non ne hanno, gli uomini vengono massacrati se non rispecchiano ciò che il governo impone, e le minoranze etniche e religiose sono perseguitate”.
Lei stessa appartiene alla fede bahá’í, religione nata in Iran circa due secoli fa e tuttora fortemente discriminata.
“Siamo scappati quando è iniziata la rivoluzione. Prima non eravamo del tutto liberi, ma almeno tollerati. Con l’avvento del regime degli ayatollah siamo diventati bersaglio di arresti arbitrari, impiccagioni e fucilazioni, senza possibilità di difesa. C’è stata una diaspora: in molti siamo riusciti a fuggire, ma tanti non ce la fanno per motivi economici. Con 50 euro al mese (valore dello stipendio medio in Iran, ndr) non puoi nemmeno mettere da parte i soldi per un volo, figuriamoci affrontare una richiesta di visto, che richiede garanzie economiche. Così molti scappano clandestinamente verso la Turchia, dove oggi esistono strutture umanitarie che accolgono le minoranze. Lì aspettano uno o due anni finché un Paese – Stati Uniti, Canada, Australia – concede loro asilo politico o religioso“.
Parole dure vengono riservate anche ai manifestanti che in Europa chiedono lo stop ai raid. “Ora che Trump e Israele sono intervenuti, molti protestano per fermare quella che chiamano ‘guerra’, quando per 47 anni sono rimasti in silenzio davanti alla persecuzione del nostro popolo. La gente dovrebbe ascoltare ciò che chiedono gli iraniani. Se preferiamo rischiare i bombardamenti piuttosto che vivere un altro giorno sotto questo regime, allora rispettate la nostra voce“.
Intanto, dopo la morte della Guida Suprema Ali Khamenei, il potere è passato a suo figlio. Eppure, nonostante l’incertezza, tra gli iraniani sembra riemergere un tenue spiraglio di speranza.
“In Iran regna la paura: tutti credono che le telefonate siano controllate, quindi nessuno si sbilancia. Ho parenti a Teheran che, dopo i bombardamenti, sono andati a cercare rifugio altrove. Quando li sentiamo sono vaghi, dicono solo che presto ci rivedremo”.
“Da dentro il Paese sembra filtrare cauto ottimismo – conclude – : il fatto stesso che qualcuno dall’estero si sia accorto di loro è già enormemente importante. E se c’è chi ha speso denaro, tempo e ha mandato soldati per aiutarli, loro si sentono finalmente sostenuti. Il regime, a detta di molti, sembra essere arrivato alla frutta. E quel ‘presto ci rivedremo’ lascia intendere che gli iraniani sentono vicina una possibile svolta”.