Il 24 marzo di 80 anni fa le prime elezioni libere del sindaco di Cremona. Ecco come andò
Sei le liste che si presentarono: uscì vincente la coalizione socialista-comunista con il sindaco Gino Rossini. Per la prima volta votarono le donne. Delle 21 candidate ne vennero elette solo 2
di FABRIZIO SUPERTI
Il 24 marzo 1946 Cremona, al pari di altri quindici comuni del cremonese, veniva chiamata alle urne per eleggere il primo consiglio comunale elettivo del Dopoguerra, un evento atteso e gravido di timori ed aspettative che costituiva il primo passaggio verso il pieno recupero di sovranità e regole democratiche condivise dopo la lunga parentesi del Regime fascista.
Le ultime elezioni amministrative tenutesi in un contesto ordinario risalivano infatti, al lontano autunno del 1920; l’avvento al potere del fascismo aveva svuotato di significato le consultazioni indette nel 1923 svoltesi in un clima di forte intimidazioni e senza una reale competizione. L’istituzione poi nel 1926 della figura del podestà, di nomina prefettizia, aveva annullato ogni forma di partecipazione collettiva nella scelta degli amministratori.
Le nuove regole elettorali
Il Decreto Legislativo del 7 gennaio 1946 definiva le modalità del voto in ambito amministrativo previsto nel corso dell’anno; nei comuni con popolazione superiore ai 30.000 abitanti si applicava il metodo proporzionale mentre nelle municipalità minori si impiegava quello maggioritario. Per Cremona, pertanto, si prevedeva l’assegnazione di 40 consiglieri e di sei assessori effettivi; la normativa consentiva ai comuni, compatibilmente alle proprie condizioni finanziarie, di erogare una indennità di carica per la figura del primo cittadino.
Al prefetto, in accordo con il Presidente della Corte d’Appello, spettava il compito di fissare la data per ciascun comune dandone comunicazione per l’affissione dei manifesti almeno 45 giorni prima della data prescelta.
L’eleggibilità al ruolo di consigliere era consentita a tutti coloro che risultavano inseriti nelle liste elettorali purché dimostrassero di saper leggere e scrivere; una prescrizione non banale in un paese in cui l’analfabetismo totale o parziale assommava a cifre assai rilevanti. L’espressione del voto risultava impedito a coloro che avevano rivestito cariche di rilievo o risultassero compromessi con il passato Regime.
Il ritorno ad un sistema elettivo di rappresentanza costituiva il primo vero banco di prova con cui il Paese tornava a misurarsi in un clima caratterizzato da forti tensioni internazionali che finivano per riflettersi anche sul dibattito locale
Le preoccupazioni si fondavano anche sulla risposta che la cittadinanza, dopo il lungo sonno della democrazia, avrebbe fornito in termini di partecipazione; la notoria freddezza con cui gli italiani si erano rapportati alle elezioni nell’Italia liberale aveva indotto ad ipotizzare l’introduzione dell’obbligatorietà al voto per scongiurare l’incognita di una scarsa partecipazione. Un evento simile avrebbe rappresentato, infatti, un danno d’immagine per un Paese che intendeva riaccreditarsi rispetto ai canoni di un reale recupero della vita democratica.
La gestione dell’ordine pubblico
Un timore ulteriore si riferiva al corretto svolgimento tanto della campagna elettorale quanto della gestione dei seggi; gli accesi contrasti fra le varie forze politiche nonché l’ampia disponibilità di armi ancora in circolazione alimentavano un clima di tensione dagli esiti imprevedibili. Le prime votazioni, indette per il dieci marzo, avevano registrato qualche episodio di contrasto tanto da indurre il Ministro dell’Interno ad emanare una perentoria circolare a tutti i prefetti in cui si rimarcava come “i prefetti risponderanno personalmente dell’attuazione delle predette direttive ed occorrendo destituiranno sindaci o Commissari che si rendano colpevoli di impedire esercizio di libertà e di propaganda elettorale. La Polizia e l’Arma mantengano atteggiamento di assoluta imparzialità.”
Per garantire la massima sicurezza in occasione del voto la città veniva suddivisa in sette comparti ognuno dei quali affidato ad un funzionario della questura incaricato di coordinare l’azione di vigilanza; in aggiunta al personale in servizio delle forze dell’ordine si andava ad affiancare un poderoso invio di militari, alloggiati presso la caserma Manfredini, e di un Battaglione Mobile di carabinieri provenienti da Milano.
Una complessa e capillare rete di controllo in grado di monitorare e stroncare, se necessario, ogni focolaio di tensione. Gli stessi partiti politici erano stati invitati a destinare ad ogni seggio propri rappresentanti, individuati con attenzione, in grado di esercitare una sorta di controllo verso i propri simpatizzanti.
La ripartizione dei seggi elettorali
La città di Cremona nell’immediato dopoguerra contava una popolazione pari a 64.019 abitanti; gli elettori assommavano a 46.531 di cui la componente femminile sfiorava quasi il 56% degli aventi diritto. La componente maschile dell’elettorato risultava ancora priva dei numerosi prigionieri di guerra ancora trattenuti in diversi Paesi esteri.
Il territorio cittadino era ripartito in 56 sezioni afferenti tanto al comparto urbano quanto alle componenti periferiche un tempo appartenenti al territorio del comune del Due Miglia; l’agone politico andava intanto definendosi con la presentazione delle varie compagini pronte a sfidarsi nell’attesa consultazione.
Entro i termini previsti si segnalava il deposito di sei liste, composte da 225 candidati, afferenti alle diverse anime della politica del tempo; mentre a sinistra campeggiavano le rispettive candidature dei socialisti e dei comunisti, pronte a misurare i rispettivi consensi, si segnalava anche la presenza della lista facente riferimento all’area repubblicana.
La componente più conservatrice si riconosceva nella compagine liberale, caratterizzata da un cospicua presenza di liberi professionisti, e nel raggruppamento legato al movimento monarchico. L’organigramma si completava con la formazione della Democrazia Cristiana naturale erede del movimento cattolico sorto nel primo Dopoguerra.
In attesa di poter verificare le risultanze delle urne si valutava con attenzione quanto emerso dalla consultazione amministrativa della domenica precedente che aveva visto coinvolti una quindicina di comuni spesso prossimi al territorio cittadino. Il responso che ne era scaturito evidenziava un netto cappotto riportato dalle formazioni di sinistra in tutte le realtà chiamate al voto. In alcune di queste il consenso verso la sinistra si era manifestato con percentuali assai marcate; i responsi scaturiti non potevano pertanto che rendere ancor più palpitante la giornata del 24 marzo.
Il contesto generale
L’appuntamento elettorale catalizzava l’attenzione della stampa e dell’opinione pubblica alle prese comunque con una complicata situazione per varie problematiche. La maggiore emergenza riguardava la penuria di alimenti che affliggeva l’intera popolazione costretta a rifornirsi attraverso risicati conferimenti stabiliti per legge.
La carenza di cibo si sviluppava tanto nella filiera della produzione che nel confezionamento e distribuzione; nella primavera del ’46 si attendeva con ansia il nuovo raccolto del frumento stante la drammatica situazione di criticità nella produzione dell’alimento cardine dell’ economia domestica.
Nonostante la lotta serrata al mercato nero con arresti, confische e chiusure di attività, il dramma degli approvvigionamenti rimaneva sempre in cima alle preoccupazioni degli amministratori. In soccorso giungevano, seppur insufficienti per soddisfare le impellenti richieste, gli aiuti dell’UNRRA, l’agenzia affiliata alle Nazioni Unite, che venivano dirottati a favore delle fasce più deboli della popolazione.
Un altro aspetto che creava allarme sociale era costituito dalla marcata percezione di insicurezza che si manifestava nei reiterati episodi di violenza criminale che costellavano tutto il territorio provinciale (rapine, fatti di sangue, furti).
Non meno rilevante appariva la problematica relativa alla disoccupazione imperante anche nel territorio cremonese; per ovviare a tale fenomeno si iniziava prospettare, come valvola di sfogo, l’indirizzo di parte della forza lavoro verso paesi stranieri. Alle classiche direttrici europee, come la Francia, la Svizzera, si andava a prospettare una linea di emigrazione indirizzata verso le miniere del Belgio.
L’ufficio del Lavoro comunicava, infatti, che si stava organizzando un nucleo di circa 230 lavoratori destinati a raggiungere, a partire dalla metà di aprile, località belghe dove operavano impianti estrattivi; la precedenza a tale prospettiva, prevista per una durata di almeno due anni, veniva riservata ovviamente ai disoccupati ed ai profughi dalmati e giuliani alloggiati in città.
La giornata del 24 marzo
L’apertura dei seggi avveniva in un sostanziale clima di tranquillità senza dar adito a situazioni incresciose; il foglio “Fronte democratico” riportava con adeguata enfasi l’attesa che si percepiva in vista dell’imminente avvio delle operazioni di spoglio delle schede; l’insolita agitazione aveva animato la città e “davanti alle sedi dei partiti, ove i megafoni installati da alcuni giorni annunciavano i risultati ufficiosi a mano a mano che vi venivano portati dalle staffette, si è ammassata la folla desiderosa di sapere come si erano risolte le votazioni del giorno precedente. Tanta ansia e tanta passione non ci saremmo aspettata davvero dal popolo cremonese: c’era nella città un’aria di festa e gli studenti (..) hanno disertato le aule scolastiche per uscire a commentare nelle vie i primi risultati. Alle 16 lo spoglio e lo scrutinio delle schede era opera del tutto compiuta da tutte le sezioni elettorali.”
Lo spoglio delle schede mostrava una competizione all’ultimo voto fra la componente socialista e quella democristiana; per una manciata di voti il Psiup riusciva a conquistare la prima posizione, con il 33,6 %, seguito a ruota dalla Dc forte di un lusinghiero 33.1 %.
Il partito comunista si piazzava al terzo posto aggiudicandosi il 23,2 %. Le altre tre formazioni in lizza si collocavano di poco oltre un modesto 3 %. Il definitivo riepilogo disponeva pertanto una suddivisione che assegnava 14 seggi al Psiup ed alla Dc, nove al partito comunista ed uno a testa alle rimanenti formazioni. Una ripartizione che consentiva il varo di una amministrazione composta dai due partiti di sinistra, in grado di poter contare su una congrua maggioranza.
L’analisi del voto definiva in modo evidente come i tre partiti di massa, eredi a diverso titolo delle vicende del primo Dopoguerra, riuscivano a sfiorare il 90% dei consensi; una situazione che delineava l’avvio di quel “bipartitismo imperfetto”che avrebbe contrassegnato le vicende politiche italiane per quasi cinquant’anni.
All’ascesa degli uni faceva da contraltare il forte ridimensionamento subito tanto dal movimento repubblicano, irrobustito da elementi del partito d’Azione, che degli epigoni del vecchio mondo liberale; gli eredi di due fra le più significative espressioni del panorama politico e culturale dell’Italia Unita risultavano, nei numeri, relegati a ruoli marginali e di pura testimonianza.
Una verifica sull’andamento delle elezioni a Cremona evidenzia come le indicazioni di voto nel 1946 ricalcassero, di fatto, quanto si era profilato nel Primo Dopoguerra; la geografia elettorale delle varie sezioni evidenziava il riproporsi delle stesse aree di influenza politica registrate al termine del primo conflitto bellico. La diversa stratificazione sociale ed economica che si rifletteva nei diversi quartieri di Cremona ovviamente finiva per condizionare le propensione al voto delle varie categorie esistenti. Il fascismo, in sostanza, si sarebbe rivelato come una lunga parentesi storica priva però della capacità di incidere sull’orientamento politico della popolazione.
Il nuovo sindaco
Il 9 aprile avveniva la nomina del sindaco e della relativa giunta in una seduta che riconsegnava alla città una amministrazione legittimata dal voto popolare; alla delicata posizione di primo cittadino veniva eletto Gino Rossini, classe 1899, vice segretario provinciale socialista e con un lavoro come rappresentante di vini. Un amministratore che dispiegherà la sua breve esperienza politica con un’etica improntata al massimo rigore morale guadagnandosi, anche dopo la sua prematura scomparsa, la qualifica di “sindaco galantuomo”. La giunta risultava composta da tre socialisti affiancati da tre esponenti del partito comunista.
Il voto alle donne
Il 1946 segnava inoltre la piena fruizione del diritto al voto per le donne; una conquista che allineava l’Italia alle nazioni più avanzate del mondo occidentale ponendo fine ad un ostracismo ormai desueto. In realtà l’acquisizione della piena titolarità di cittadinanza si doveva rivelare un’arma assai spuntata; la presenza delle donne nella vita politica rimaneva confinata in una sorta di perimetro alquanto ristretto e pressoché irrilevante nei numeri.
In occasione delle elezioni amministrative di Cremona la rappresentanza di figure femminili nelle varie compagini si attestava ad un modesto 9%; una piccola pattuglia di 21 donne disseminate fra i vari partiti (3 nel partito liberale, 1 nel Pri, 2 nel Pdi, 7 nel Pci, 6 nella Dc e 2 nel Psiup) in grado di portare in consiglio comunale solo due di esse: Maria Vezzini e Santina Mancini, entrambe impegnate nel mondo della scuola e appartenenti alla Democrazia cristiana.
L’ampia componente di elettrici non aveva pertanto ancora maturato una coscienza tale da tradurre l’espressione del voto in una adeguata rappresentanza politica coniugata al femminile. I report progressivi sull’andamento del voto nelle varie sezioni mostravano come le donne fossero affluite in maggioranza nelle prime ore dopo l’apertura dei seggi mentre la componente maschile in prevalenza verso le ore successive.
All’indomani del voto il leader comunista Palmiro Togliatti, all’epoca incaricato del ministero di Grazia e Giustizia, incontrava i propri simpatizzanti in piazza Marconi e, nel concludere l’intervento, rivolgeva “un particolare appello alle donne perché partecipino assiduamente alla vita politica”, compiacendosi infine con tutte quelle che avevano risposto alla chiamata elettorale senza che ci fosse stato bisogno dell’obbligatorietà del voto.