Il nuovo libro di Gastone Breccia, l'analisi di 30 trattati per capire come fare la pace
Non uno stato naturale, ma un fragile compromesso tra nemici: è questa la tesi centrale del libro presentato a CR1
Edito da Marsilio, è appena uscito l’ultimo di una lunga serie di libri del professor Gastone Breccia. Docente di storia bizantina alla Facoltà di musicologia dell’Università di Pavia sede di Cremona, città dove vive, Breccia da anni si dedica anche alla ricerca in campo storico-militare contemporaneo ed è un esperto di strategie militari. Dopo “L’ultimo inverno di guerra. Vita e morte sul fronte dimenticato” del 2025 ora in libreria, già recensito dal Corriere della Sera a firma di Paolo Mieli, “A patti con il nemico, storia del mondo in 30 trattati di pace”, nel quale ripercorre la storia di trenta pietre miliari della diplomazia, dal Trattato di Qadesh del 1259 a.C. tra Ramses II e Hattušili — considerato l’atto di nascita del diritto internazionale — fino agli accordi di Doha con i talebani, descritti come un amaro esempio di cosa significhi “stringere la mano al diavolo”. Dall’antico Egitto ai conflitti contemporanei, l’autore smonta l’idea di una pace universale e duratura, descrivendola piuttosto come un “miraggio” che si allontana a ogni passo. Il libro sottolinea l’etimologia comune delle parole latine pax e pactum: la pace è sempre il frutto di un accordo, una scelta condivisa tra avversari che decidono di sospendere l’uso della forza perché ritenuto più vantaggioso o inevitabile. Nel libro emerge come “la sicurezza disarmata” sia un’illusione. Nonostante gli sforzi dell’Onu per allontanare il “flagello della guerra”, i risultati sono “deludenti”.
“Era impossibile fare una storia globale dei trattati di pace” ha detto durante la trasmissione di CR1 “Punto e a capo” (qui per rivedere l’intera trasmissione), “quindi ho cercato di raggrupparli per tipologie, per cercare di capire quali sono i modi in cui si fa la pace e in che gruppi appunto si possono raccogliere i trattati. Purtroppo non è un libro che metta di buon umore, perché molto spesso i trattati di pace vengono stipulati senza avere l’obiettivo di creare le condizioni per una convivenza, per un ritorno alla normalità, ma con l’idea di danneggiare il nemico sconfitto e costringerlo magari a iniziare una nuova guerra in condizioni ancora più svantaggiose. Il caso di Roma e Cartagine è uno di quelli proprio paradigmatici da questo punto di vista. I trattati si firmano non con lo scopo di arrivare a una pace stabile, ma con l’idea di migliorare la propria situazione in vista di nuove guerre. La pace è un patto, la radice della parola pax e pactum è la stessa, è sempre un compromesso, alle volte i compromessi, vengono fatti con buone intenzioni da entrambe le parti e quindi si creano effettivamente delle situazioni nuove di pace stabile, ma molto spesso non è così, sono soltanto un passaggio verso nuove crisi.
La sicurezza disarmata è un’illusione?
“Sì, purtroppo questo si impara dalla storia, è inutile illudersi, perché chi non ha la capacità di difendersi diventa vittima di vicini più rapaci e meglio armati, quindi anche nei trattati di pace bisogna fare in modo che chi viene al momento sconfitto poi abbia i mezzi per non diventare di nuovo vittima di altri attacchi esterni e questo non sempre avviene”.
Il ruolo dell’ONU è sempre più vago e assente
“In uno dei capitoli parlo del caso del Rwanda, che è uno dei casi più tragici di incapacità delle Nazioni Unite di prevenire e poi di porre fine per tempo a un vero e proprio genocidio, quindi l’ONU, lo sappiamo, è bloccata da regole che impediscono di essere efficace nei momenti delle crisi peggiori. Il massacro di Srebrenica di cui parlo, è un altro caso. Quindi bisogna pensare a una riforma se vogliamo un governo mondiale che sia capace di bloccare queste crisi o meglio di evitarle prima che insorgano, certo così com’è l’ONU non funziona”.