L'editoriale

La potenza della fragilità: quando il palco insegna a vivere

In scena il coraggio di essere umani, con tutte le crepe che questo comporta

Un momento dello spettacolo "La potenza della fragilità"
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C’era qualcosa che i numeri di un tutto esaurito non sapranno mai misurare, il 7 maggio, al Teatro Ponchielli. C’era il 21esimo compleanno di Chiara Galimberti. C’era il respiro sospeso di una platea colma, il velluto rosso che accoglieva il silenzio e quel fremito invisibile che precede ogni autentico incontro con la verità. Non era la tensione di un’apertura di sipario qualunque: era l’attesa di qualcosa che stava per succedere davvero, fuori dal copione, dentro la vita.

Quello che è andato in scena si chiama “La potenza della fragilità” ed è un progetto che nasce come un fiore ostinato. La sua missione — se di missione si può parlare per qualcosa di così intimo — è unire l’energia dell’Associazione Giorgia e della Compagnia dei Piccoli, a persone prese dal mondo cremonese: insegnanti, studenti, sportivi, giornalisti. Tante tessere, divenute mosaico.

Uomini, donne, ragazze e ragazzi centrifugati dalla frenesia quotidiana e dal vortice del rendimento, restituiti ad un tempo fermo. Un tempo del cuore. In quel vuoto rigenerante, guardarsi negli occhi e lasciarsi andare non sono stati gesti di debolezza: sono stati, al contrario, l’inizio di un viaggio verso le domande più nude e necessarie. “Chi sei? Che cosa vuoi raccontare?”.

Interrogativi che risuonano semplici, eppure nascondono risposte scoscese. Lo abbiamo capito, noi che abbiamo avuto la fortuna di essere parte di questo tutto, svestendoci della nostra corazza mediatica e indossando i panni degli attori prima improvvisati poi consapevoli, provando ad essere specchio per la platea. Non esiste un bugiardino per l’esistenza, né mappe né istruzioni per l’uso. La partenza e l’arrivo si definiscono soltanto nel cammino, nell’incertezza di un passo che si scopre saldo proprio mentre trema: e così abbiamo scoperto la potenza della fragilità.

Fare teatro, in fondo, trova connessioni con l’impegno di ogni giorno in redazione: la caccia a una notizia che dietro titoli e lanci nasconda storie, persone, battiti di vita autentica. È la medesima ricerca che unisce studenti e insegnanti in una connessione umana che travalica il dovere per farsi incontro. C’è qualcosa di profondamente democratico in questa disposizione d’animo: la disponibilità a essere attraversati dall’altro, a riconoscere in una storia non nostra il riflesso esatto di qualcosa che portiamo dentro.

In questo intreccio di vite, gli sportivi hanno fatto i conti con la scoperta della fragilità proprio quando il mondo li crede invincibili, imparando l’arte difficile di cadere dall’Olimpo per riscoprirsi finalmente umani. E poi ci sono loro, attori e attrici dell’Associazione Giorgia, che hanno trasformato il palco nel proprio manifesto vitale. La loro potenza sta nell’esserci, ogni giorno, con una presenza che diventa l’atto più rivoluzionario che esista. Non proclami, non grandi gesti: solo la scelta, rinnovata ogni mattina, di occupare lo spazio che spetta loro nel mondo.

Non è necessario trovare un significato ultimo a ogni cosa. A volte, porsi le domande giuste basta a dare profondità a quelle crepe che ognuno porta con sé. Perché la bellezza non abita nelle risposte certe, ma nel coraggio di continuare a cercare tra le pieghe del tempo, consapevoli che è proprio lì, tra le nostre fragilità, che si nasconde la nostra vera, inarrestabile forza.

E il Teatro Ponchielli, il 7 maggio scorso, 21esimo compleanno di Chiara Galimberti, ha tenuto fede alla sua vocazione più antica: essere il luogo dove Cremona si guarda allo specchio e — se è onesta con se stessa — non si spaventa di ciò che vede.

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