Cronaca

Tarocchi, le origini del mito passano da Cremona: la mostra allestita a Bergamo

Il "mazzo Colleoni", riunito dopo oltre un secolo, è esposto alla mostra dell'Accademia Carrara di Bergamo. Fu realizzato nella bottega cremonese di Bonifacio Bembo

La mostra "Tarocchi. Le origini, le carte, la fortuna"
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Settantaquattro carte da gioco, vere opere d’arte, per riscrivere la storia di uno dei grandi miti dell’immaginario occidentale: i tarocchi. E al cuore di quella storia c’è anche Cremona.
Il “mazzo Colleoni“– protagonista assoluto della mostra “Tarocchi. Le origini, le carte, la fortuna” allestita fino al 2 giugno all’Accademia Carrara di Bergamo – nacque nella seconda metà del Quattrocento nella bottega cremonese di Bonifacio Bembo, figlio del pittore Giovanni e fratello degli artisti Benedetto e Ambrogio.

Riunite per la prima volta dopo oltre un secolo grazie a prestiti da Bergamo, New York e collezioni private, queste carte non sono semplici oggetti da gioco: sono preziose miniature eseguite a mano, spesso dorate con oro zecchino, opere d’arte commissionate per le élite di corte.
Accanto a loro, in una teca, campeggia un documento cremonese di grande interesse: i privilegi ducali per i monaci di San Sigismondo del 1464, custoditi a Cremona. La chiesa che, nel 1441, aveva fatto da cornice alle nozze tra Bianca Maria Visconti e Francesco Sforza – appassionato collezionista e committente, tra l’altro, delle preziose carte da gioco.

Niente magia. Almeno all’inizio. Uno dei meriti maggiori della mostra – curata da Paolo Plebani – è quello di fare chiarezza su un equivoco molto diffuso. I tarocchi non nacquero come strumenti esoterici o divinatori. Arrivarono in Italia dall’Oriente come passatempo aristocratico, diffondendosi nelle corti del Quattrocento con il nome di “trionfi“: un omaggio esplicito al poema di Francesco Petrarca, da cui presero in prestito le figure simboliche di Amore, Castità, Morte, Fama, Tempo ed Eternità. Carte per giocare, certo, ma anche per ragionare sulla condizione umana.

Solo nel Settecento – paradossalmente proprio nell’epoca dei “lumi” – si cominciò ad attribuire ai tarocchi origini remote e significati occulti. L’Ottocento fece il resto, alimentando quell’immaginario misterico che ancora oggi circonda queste carte.
Da Petrarca a Jung, passando per Calvino.

 

La mostra percorre i secoli con passo sicuro, mostrando come i tarocchi abbiano attraversato arte, filosofia, letteratura e persino psicanalisi. Carl Gustav Jung vi riconobbe la rappresentazione visiva degli archetipi dell’inconscio umano. Italo Calvino, incaricato a fine anni Sessanta dall’editore Franco Maria Ricci di corredare un volume sul Mazzo Visconteo, ci scrisse sopra un romanzo intero: “Il castello dei destini incrociati“.

Interessante l’ultima sezione della mostra dedicata agli artisti che in epoche più recenti hanno reinterpretato i tarocchi con opere di Victor Brauner, Irving Penn, Niki de Saint Phalle, Leonora Carrington.

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