Rette della zia non pagate alla Rsa. Non fu insolvenza fraudolenta: 60enne assolta
La Casa di riposo vantava un credito di 34.000 euro e aveva denunciato la nipote dell'anziana. Per la difesa, "affermazioni calunniose" nei confronti dell'imputata
Assolta “perchè il fatto non sussiste”. Così ha deciso il giudice per una 60enne residente nel cremonese finita a processo con l’accusa di insolvenza fraudolenta per fatti contestati nel periodo compreso tra il 12 aprile del 2021 e il 20 aprile 2023 ai danni di una casa di riposo della provincia di Cremona dove per due anni era stata ospite l’anziana zia dell’imputata.
All’anziana, che percepiva una pensione, era stato fatto firmare un contratto di ingresso nel quale si impegnava a pagare mensilmente la retta, di poco più di mille euro. Per garanzia, la Rsa aveva chiesto anche la firma della nipote, che aveva firmato come fideiussore. L’imputata aveva pagato la retta con la pensione della zia, e i primi mesi erano stati saldati regolarmente, poi però i pagamenti si erano interrotti. In due anni, fino alla morte dell’anziana, si erano accumulati 34.000 euro.
“In quel momento”, ha spiegato il legale della difesa, l’avvocato Caterina Pacifici, che ha chiesto e ottenuto il processo con il rito abbreviato, “non c’è stata, da parte della struttura, alcuna attività per il recupero del credito. Quella somma era scritta solo sulla raccomandata dell’avvocato al quale la casa di riposo si era rivolta”.

Il denaro era stato quindi chiesto all’imputata, in quanto coobbligata, ma la donna non aveva risposto, e di conseguenza era stata sporta denuncia contro di lei. Secondo l’accusa, la 60enne avrebbe dissimulato il proprio stato di insolvenza con l’intento di non pagare. “Lo stato di insolvenza non c’è“, ha spiegato l’avvocato Pacifici. “La mia cliente aveva avuto un pignoramento immobiliare nel 2011, mentre il contratto è del 2021. E poi l’intento di non pagare va provato“.
“Nella querela”, ha detto l’avvocato Pacifici nella sua arringa, “ci sono anche affermazioni calunniose: si sosteneva cioè che l’anziana aveva rivelato ai sanitari che la nipote l’aveva messa nella struttura per poter utilizzare i suoi beni. Si tratta di qualcosa di molto grave per la casa di riposo”, ha sostenuto l’avvocato difensore”, “perchè la Rsa, davanti ad affermazioni del genere, aveva il dovere di intervenire, inoltrando una segnalazione all’autorità giudiziaria e chiedendo la nomina di un amministratore di sostegno“.
“Ma in generale”, ha argomentato l’avvocato, che ha fatto notare che la struttura non si è nemmeno costituita parte civile nel processo penale, “si tratta di una questione prettamente civilistica“. Per l’imputata, il pm aveva chiesto una pena di sei mesi. Ma il giudice l’ha assolta.