La difficile vita di un testimone di giustizia nel terzo incontro sulla legalità al Torriani
La testimonianza di Ciliberto, un ex agente di sicurezza, rivela le sfide e le paure di chi denuncia la mafia, cambiando identità e perdendo tutto
“Una vita contro la camorra: la storia vera e scomoda di un testimone di giustizia”: come fa intuire il titolo, anche il terzo incontro della Settimana della Legalità ha avuto un impatto molto forte sulla platea degli studenti del Torriani in aula magna e sulle classi del Centro di Promozione della Legalità collegate in streaming: di fronte a loro un testimone di giustizia incappucciato. Un volto oscurato e una vita ormai priva di un’identità definita, questo è il racconto del “Fu Gennaro Ciliberto”.
Ex agente di sicurezza, aveva denunciato per infiltrazioni mafiose l’azienda per cui lavorava. Da allora ha affrontato conseguenze personali e familiari molto gravi, fino all’ingresso nel programma di protezione.
Un programma che è rigorosamente ideato e strutturato, ma a volte non funziona e così Ciliberto deve cambiare non una, ma due volte identità. Inimmaginabili le conseguenze: quando deve andare in ospedale deve avvertire il programma di protezione, perché la sua identità non trova riscontri nel sistema sanitario; i figli (nati poco prima e poco dopo l’ingresso nel programma) non sanno cosa poter raccontare a scuola del lavoro del padre. La paura di sbagliare e rivelarsi, perché in tal caso il testimone riceverebbe (paradosso) una sanzione.
Il protagonista dell’incontro ha chiuso con un invito alla resilienza, di cui lui è un esempio e con parole di affetto per gli sguardi attentissimi degli studenti che gli danno “il coraggio di andare avanti”.