Quadro affidato per la vendita, ma sparito nel nulla: padre e figlio a processo
Al centro del processo un dipinto di Francesco Ghittoni acquistato per circa 50mila euro. Secondo l'accusa, padre e figlio lo avrebbero venduto a un collezionista senza versare il ricavato alle proprietarie.
Un dipinto del valore di decine di migliaia di euro affidato per essere venduto e mai più restituito e una relazione nata in carcere: sono questi gli ingredienti di un processo piuttosto controverso, che si è aperto davanti al Tribunale di Cremona. Due sono gli imputati, padre e figlio, assistiti dall’avvocato Massimiliano Corbari, del foro di Cremona. Nei loro confronti l’accusa è di essersi indebitamente appropriati dell’opera del pittore piacentino Francesco Ghittoni, intitolata “Fervide preci”, con la promessa di venderlo per conto della proprietaria, un’anziana signora (ora in casa di riposo), ma di non aver mai pagato il corrispettivo della vendita, avvenuta effettivamente nel luglio 2020, né restituito il quadro.
Uno dei due imputati, il padre, un 56enne, aveva conosciuto la figlia della proprietaria del quadro in carcere: lei lo frequentava per lavoro, come insegnante, lui vi era detenuto. Tra i due si era quindi creato un legame. E a lei era parso naturale, anni dopo, chiedere aiuto a lui per vendere il quadro della madre. A raccontarlo, l’altra figlia della proprietaria: “Il quadro era stato acquistato da mio padre, insieme a mio cognato, esperto d’arte, in un’asta all’estero, pagandolo circa 50mila euro” ha raccontato. “Doveva essere un investimento, una garanzia per mia madre, che non avendo mai lavorato non aveva un reddito”.
La decisione di vendere il quadro sarebbe maturata in famiglia a causa di difficoltà economiche attraversate da una delle figlie della proprietaria, come ha raccontato ancora la sorella.
Secondo l’accusa, i due imputati avrebbero ricevuto il quadro nel settembre del 2019 con l’incarico di trovare un acquirente, ma non lo avrebbero mai riconsegnato alla proprietaria, arrivando successivamente a venderlo a un terzo soggetto, un noto collezionista piacentino, che lo avrebbe acquistato per la somma di 19mila euro.
Era stato l’imputato figlio, giovane di 20 anni, insieme ad un amico, a recarsi nella casa della proprietaria per visionare e ritirare il dipinto. E per il rapporto di fiducia esistente tra le parti, non venne sottoscritto alcun documento relativo alla consegna dell’opera.
Nei mesi successivi, però, la vendita non si concretizzò, almeno all’apparenza. “Abbiamo iniziato a chiedere conto del quadro, e ci continuavano a rassicurare. Ad un certo punto mi dissero che era nascosto sotto il letto in attesa di trovare un compratore”.
La famiglia, inizialmente restia a intraprendere azioni legali proprio per i rapporti di amicizia esistenti, avrebbe atteso a lungo prima di rivolgersi alle autorità. Soltanto quando si rese conto che il dipinto non sarebbe più stato restituito, decise di sporgere querela, formalizzata nel luglio del 2023.
A ricostruire il tragitto successivo del quadro erano stati gli investigatori del Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Artistico di Bologna, che in fase di indagini, come hanno raccontato al giudice, dopo aver perquisito le abitazioni dei due figli dell’imputato, a Cremona, erano riusciti a risalire al collezionista piacentino.
Il processo è stato poi rinviato al 7 dicembre, quando verranno sentiti gli altri testimoni, compresi quelli della difesa.