L'editoriale

Ottant’anni di Repubblica: la promessa che dobbiamo ancora mantenere

Il 2 giugno segna la storia dell'Italia, ancora oggi un punto di partenza per riflessioni su diritti, uguaglianza e dignità

Il tricolore in piazza del Comune
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C’è una data nel calendario italiano che vale più di una festa. Il 2 giugno non è soltanto un giorno di parata e bandiere: è il momento in cui un popolo uscito distrutto dalla guerra e dalla dittatura decise di essere, per la prima volta in modo davvero compiuto, artefice del proprio destino.

Ottant’anni fa, 28 milioni di italiani furono chiamati al voto e quasi 25 milioni di aventi diritto si presentarono alle urne. Tra loro, per la prima volta nella storia, le donne. Dissero no alla monarchia, sì alla Repubblica, con uno scarto netto di oltre due milioni di voti. Fu un atto di fede nel futuro, tanto più illuminato quanto più buia era la notte da cui proveniva.

Cremona, città che conosce bene il peso della storia – che porta ancora nelle sue pietre i segni di quel Novecento tormentato – partecipò a quella scelta con la stessa passione civile che da sempre la distingue: su 243.518 elettori, votarono in 228.735, il 93% degli aventi diritto.

Ottant’anni fa l’Italia non sapeva ancora di farcela. Eppure si rimise in piedi. Orgogliosamente. Anche nel Cremonese, come in ogni angolo della Penisola, cominciò quel cantiere straordinario che avrebbe prodotto, due anni dopo, la nostra Costituzione: non una concessione dall’alto, ma un patto solenne stipulato dal basso, dalla fatica e dalla visione di uomini e donne che venivano da tradizioni diverse e sapevano che solo insieme avrebbero potuto costruire qualcosa di duraturo.

L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.
La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.
Articolo 1, Costituzione della Repubblica Italiana, 1948

Ottant’anni sono un traguardo che invita alla riflessione. La Repubblica ha retto. Ha attraversato il miracolo economico e gli anni di piombo, le stragi impunite e i processi rigeneratori, le stagioni di speranza e quelle di disillusione. Ha sopravvissuto a tentazioni autoritarie, a crisi istituzionali, a scandali che avrebbero fatto vacillare ordinamenti più fragili. È rimasta, nella sua essenza, ciò che i Costituenti avevano immaginato: una casa comune, imperfetta e preziosa, in cui i conflitti si risolvono con le parole e non con le armi, in cui ogni cittadino – da Cremona come da Palermo – ha il diritto di contare.

Eppure celebrare non significa accontentarsi. La Repubblica è una promessa rinnovata ogni giorno, e quella promessa richiede impegno. Lo richiedono i giovani che faticano a trovare un posto nel futuro del loro Paese. Lo richiedono le comunità come la nostra, che devono fare i conti con l’insenilimento, l’inverno demografico, lo spostamento dell’asse del welfare sempre più verso l’età avanzata. Lo richiedono i valori fondamentali di uguaglianza, solidarietà, lavoro, dignità che la Carta sancisce ma che la realtà quotidiana mette alla prova. Una Repubblica si onora non soltanto issando il tricolore, ma tenendo fede a quell’articolo tre che promette a ogni cittadino pari dignità sociale, e impegna la Repubblica stessa a rimuovere gli ostacoli che impediscono la piena partecipazione di tutti.

Quel tricolore che oggi sventolerà anche sotto la pioggia non è solo una decorazione: è un racconto della speranza di chi non aveva niente e si rimise in cammino. Racconta i diritti conquistati e quelli ancora da conquistare. Raccontano noi — cremonesi, lombardi, italiani, europei — nella nostra contraddizione e nella nostra tenacia.

 

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