La vittoria di AfD è la vittoria di risposte semplici (e illiberali) alla complessità
La vittoria del partito dell'ultradestra alle elezioni in Germania Anhalt analizzata da Michele Bellini. Tra le cause, l'incapacità dei partiti tradizionali di prefigurare un futuro che crei anche appartenenza
Non possiamo raccontare per l’ennesima volta la vittoria dell’ultradestra alle elezioni in Sassonia Anhalt come un campanello d’allarme sulla crescita dell’estrema destra. Per anni il voto all’estrema destra è stato soprattutto spiegato in termini negativi, quasi dispregiativi nei confronti degli elettori, attraverso ciò che questi ultimi rifiutavano: protesta contro i partiti tradizionali, rabbia, immigrazione, impoverimento, marginalità, paura del cambiamento e così via.
Da tempo non è più così: se si continua a descrivere gli elettori di AfD – o di altri partiti simili – soltanto attraverso ciò contro cui votano si diventa ciechi sulla parte più importante: ciò per cui votano. La domanda da cui partire, dunque, non è più tanto perché così tanti elettori abbandonino i partiti tradizionali, quanto perché una parte crescente abbia cominciato a riconoscersi e ad appartenere a qualcos’altro.
Ecco alcuni punti sui quali vorrei soffermarmi e che, a mio parere, contribuiscono a inquadrare quanto accaduto in Sassonia-Anhalt.

- Non solo protesta, ma appartenenza
La prima categoria da rivedere è il “voto di protesta”. Non possiamo usarla davanti a risultati così dilaganti. Non siamo più solo davanti a elettori che votano AfD per punire il mainstream: le persone scelgono AfD perché vogliono AfD. I dati lo dimostrano: il 98% di chi ha votato AfD dichiara di volere un governo guidato da quel partito.
Il punto centrale è che partiti come AfD offrono una comunità alla quale appartenere – il territorio, l’Est, la nazione – ricomposti dentro una narrazione identitaria forte.
E i partiti tradizionali? La mia idea, più in generale, si rifà a un paradosso se guardiamo alla traiettoria storica della democrazia liberale dal dopoguerra a oggi, che aiuta a comprendere le difficoltà dei partiti tradizionali che ne hanno rappresentato l’architrave. Si riassume così: abbiamo vinto la battaglia per la prosperità, ma oggi rischiamo di perdere quella per l’appartenenza. Per tanto tempo abbiamo ridotto la democrazia esclusivamente a produttrice di benessere materiale, ci siamo persino illusi che individualismo, consumismo, e il dominio dell’economia potessero eliminare le grandi passioni politiche e il bisogno umano di significato.
Intendiamoci, la prosperità è fondamentale, ma non è l’unica cosa che cercano le persone: cerano appartenenza, identità, vogliono essere riconosciute, molte hanno anche bisogno di trascendenza. Così, abituandoci a giudicare le democrazie esclusivamente sulla capacità di creare benessere materiale, abbiamo finito per trascurare altre sue promesse fondative, come, appunto la partecipazione, il senso di appartenenza a una comunità, l’aspirazione a cambiare la società in meglio.
Non è un caso, dunque, che proprio tra i giovanissimi emerga con particolare evidenza la crisi delle appartenenze politiche tradizionali: tra gli under 25 AfD arriva al 41%, seguita dalla sinistra di Die Linke al 15%; al contrario, CDU e SPD, i due partiti che hanno rappresentato per decenni l’architrave del sistema politico tedesco e oggi governano, insieme raccolgono appena il 14%.
- Non solo povertà, ma declino
La seconda semplificazione è sulla povertà. Non basta più immaginare il voto radicale come una conseguenza quasi meccanica della povertà individuale o della condizione dei cosiddetti “perdenti della globalizzazione”. Certamente conta la condizione individuale, ma conta anche ciò che succede intorno: territori che invecchiano, che vedono emorragie di giovani che se ne vanno, servizi che spariscono, opportunità che si concentrano nelle grandi città. Non bisogna essere necessariamente poveri per percepire che il luogo nel quale si vive sta perdendo futuro.
È una dinamica che mi ricorda, pur nelle enormi differenze, il fenomeno dei gilets gialli francesi, che ho potuto vedere con i miei occhi quando vivevo nelle periferie parigine: uno degli elementi di quel fenomeno fu proprio l’esperienza dell’essere periferia e la percezione di un declino del territorio circostante.
Le disuguaglianze che mettono a rischio la democrazia non sono solo quelle tra persone, anche quelle tra luoghi. Il declino territoriale non produce conseguenze soltanto materiali, ma anche una domanda di riconoscimento: il luogo in cui vivo conta ancora?
In un certo senso qui vediamo come geografia e appartenenza finiscano per intrecciarsi.
- Non solo paura, ma perdita di controllo
Immigrazione, guerre, inflazione, globalizzazione, green deal e così via: sarebbe sbagliato dire che questi temi non contino. Ma può essere altrettanto sbagliato considerarli semplicemente come una somma di paure indipendenti. Dietro a tutti questi fenomeni, molto diversi tra loro, c’è un filo rosso: la sensazione di aver perso il controllo sulla propria vita. La realtà in cui siamo immersi cambia sempre più rapidamente, le decisioni sembrano essere prese altrove e il cittadino ha sempre meno la sensazione di poter incidere sul proprio destino. Anche la Brexit vinse proprio su questo messaggio: Take Back Control.
AfD, come i sostenitori della Brexit 10 anni fa, offre una risposta estremamente semplice a questa complessità: confini, sovranità nazionale, omogeneità etnica, autorità, controllo. Con la Brexit abbiamo visto che cosa portano queste ricette illusorie e dannose: non solo la società e l’economia britanniche sono più povere, ma il Paese è in crisi politica quasi-permanente e non è stato risolto alcun problema di quelli che venivano imputati all’appartenenza all’UE.
Tornando ad AfD, il tipo di risposte, per quanto dannose e destinate a essere tradite qualora si arrivi davvero a governare, rappresentano in ogni caso un tentativo di offrire soluzioni alla sensazione di perdita di controllo.
- I partiti tradizionali non riescono a formulare una chiara visione di futuro.
Per quanto AfD proponga una visione regressiva, pericolosa e illiberale, si tratta comunque di una visione del futuro chiara e comprensibile. Anzi, proprio rimandando a un passato presentato come idilliaco – quasi sempre storicamente infondata! – il paradosso è che appare più realistico; come a dire: “una volta le cose erano davvero così, quindi possiamo tornarci!” È esattamente quanto avvenuto con il Make America Great Again di Trump o, ancora, con la promessa della Brexit di far tornare il Regno Unito al proprio glorioso impero globale. Vediamo quanto il passato non sia semplice nostalgia, ma può essere trasformato politicamente in una promessa di futuro: possiamo tornare a controllare il nostro destino, possiamo recuperare ciò che abbiamo perduto, possiamo ricostruire una comunità riconoscibile e coesa.
È qui che il confronto con i partiti tradizionali diventa particolarmente problematico. Anche loro parlano di futuro, ma lo fanno spesso in termini troppo tecnici: innovazione, digitalizzazione, transizione ecologica, competitività e così via. Intendiamoci, è perfettamente comprensibile: la realtà è sempre più complessa, la complessità tecnica di tanti aspetti delle nostre vite è enormemente aumentata, dalle auto che guidiamo ai nostri smartphone, fino alle dinamiche economiche e finanziarie. Il problema non è la tecnica di per sé, indispensabile ormai per governare la complessità, ma pensare che possa bastare. Troppo spesso i partiti tradizionali hanno difficoltà a parlare di futuro presentandolo come una destinazione collettiva da desiderare. Si schiacciano su una narrazione troppo tecnica e lo presentano come un insieme di trasformazioni inevitabili che, al massimo, possono essere “amministrate”. Questo è certamente un approccio serio e responsabile, ma forse manca quell’elemento che mostri che il futuro non è qualcosa che subiamo e basta, ma una direzione che scegliamo. Senza promettere di poter governare tutto, ma dicendo con chiarezza che cosa possiamo cambiare, che cosa non possiamo cambiare e, soprattutto, dove vogliamo andare.
- La più generale crisi della rappresentanza
C’è poi una trasformazione organizzativa. AfD non è più soltanto una macchina capace di raccogliere il malcontento nei giorni delle elezioni. In posti come la Sassonia-Anhalt ha costruito negli anni quadri, organizzazione, radicamento territoriale e una capacità di mobilitazione che va ben oltre lo stretto perimetro del partito. In forme nuove e adattate ai tempi, sta occupando parte di quello spazio politico, sociale e culturale che i grandi partiti tradizionali hanno presidiato per decenni e che oggi hanno in larga parte abbandonato.
Le grandi organizzazioni politiche del Novecento non erano soltanto macchine elettorali: organizzavano interessi, costruivano identità, producevano appartenenza e pensiero politico capace di influenzare l’opinione pubblica. Avevano intorno a loro veri e propri ecosistemi intellettuali, sociali e culturali che da un lato influenzavano la società e dall’altro permettevano a quei partiti di starci dentro letteralmente e comprenderne le trasformazioni.
Oggi molto di tutto questo non esiste più. Il bisogno di “politica”, però, è tutt’altro che scomparso. Semplicemente si esprime in altre forme e, soprattutto, non passa più necessariamente dai partiti tradizionali, sempre più disconnessi dalla società anche per una profonda crisi di credibilità. L’ho vissuto in prima persona anche nella politica locale del nostro territorio. Venendo meno molte delle funzioni storiche dei grandi partiti, rimane scoperta una domanda di rappresentanza che altri stanno occupando.
- Non basta opporsi, se non sai dove andare
Di fronte a tutto questo emergono i limiti delle due risposte più comuni. La prima è il cordone sanitario: isolare AfD, denunciarne la radicalità, impedire che acceda al governo è certamente una scelta necessaria sul piano istituzionale. Può funzionare nell’immediato come soluzione emergenziale, ma, da sola, non è una proposta politica sostenibile nel tempo, proprio perché dire agli elettori perché non dovrebbero votare AfD non risponde alla domanda ancora più importante: perché dovrebbero votare per te? Avevo descritto l’insostenibilità dei cordoni sanitari in un articolo uscito esattamente due anni fa.
La seconda risposta è provare a inseguire gli estremisti offrendo risposte più moderate: è stato il tentativo di Merz e della CDU. Così come, dalla parte opposta, nel centrosinistra, avviene quando si tenta di inseguire le derive massimaliste verso sinistra. Semplicemente, non funziona.
Quello che continua troppo spesso a mancare è una terza risposta, chiara, che indichi la nostra idea di società e di futuro che proponiamo.
Per i partiti progressisti questa mancanza di visione è particolarmente marcata, perché è in crisi l’idea stessa di progresso, ereditata dall’illuminismo e basata sull’assunto che qualsiasi avanzamento tecnologico sia intrinsecamente positivo. Per lungo tempo la sinistra ha potuto confidare nella possibilità che sviluppo scientifico, tecnologico ed economico ed emancipazione sociale procedessero nella stessa direzione. Oggi sappiamo che non è necessariamente così. Quando non esiste più un’idea condivisa di quale sia la direzione del progresso, ogni grande trasformazione finisce per dividere proprio chi del progresso ha fatto la propria identità politica.
Il cambiamento climatico è forse l’esempio più evidente: ha fatto emergere una tensione tra crescita economica e salvaguardia ambientale che attraversa profondamente il campo progressista. Non è un caso che, anche nelle nostre vicende politiche locali, l’ambiente sia spesso uno dei terreni sui quali i progressisti si dividono di più.
- Conclusione: appartenenza, controllo, futuro
Per concludere, direi che si sono 3 parole chiave che il risultato della Sassonia-Anhalt mi ha suscitato: appartenenza, controllo, futuro.
La forza dell’estrema destra sta anche nell’offrire risposte semplici, radicali e spesso illiberali a questi tre bisogni. Il problema dei partiti tradizionali non è allora soltanto aver perso elettori. È aver perso una parte della capacità di produrre appartenenza, restituire alle persone la sensazione di poter governare democraticamente il cambiamento e offrire una visione chiara del futuro che si ha in mente. Questa, a mio avviso, è la sfida principale che dobbiamo affrontare se vogliamo preservare le democrazie liberali, che sono il bene più prezioso che abbiamo.