Un racconto di Laura Sivalli

Ad ogni giorno basta la sua pena

Un racconto di Laura Sivalli

“Ad ogni giorno basta la sua pena”. Me lo diceva la nonna. E ci pensavo, anche quella sera, rientrando a casa, evitando l’inquilino del piano E. Non volevo sposarlo. Aveva capito? Non erano problemi miei se mi vedeva sola. O forse sì? Non però in quel momento in cui la pipì non riuscivo più a tenerla e il cane aveva sete. E non era il caso che entrambi i bisogni avessero soddisfazione uno dall’altro, sul pianerottolo. Avevo appena varcato la porta e abbandonato la borsa sulla sedia, quando il cellulare iniziò a squillare. Ciufolo si era servito da solo la ciotola e la Micia aveva gradito il ritorno di entrambi con un “miao”. La mia testa doveva rimanere concentrata. Rischio: farsela addosso. Fortuna che suonava anche il cellulare! Così il pensiero scorreva altrove. Ma non stavano esattamente così le cose, perché tra il pc e tutto il resto ci misi un po’ a far emergere l’iphone. Quando venne a galla, non suonava più. E la pipì ritornò a scorrere in testa. Era il caso quindi di prendere l’apparecchio e correre verso il bagno. 

Tempo di abbassare jeans e slip, rilassare la vescica, ritrovare un pensiero positivo per fiumi, laghi e mari che la suoneria ricominciò ad essere al centro della scena. Guardai lo schermo: “Inquilino del piano L”. Risposi. «Ciao, Yousef». E fu così che venni assalita da scuse per avermi disturbata e domande su come stessi. Appena risposi a tutto e aggiunsi: «Dimmi pure», il tono cambiò. «Fammi usare l’ascensore!». E da lì in poi fu un susseguirsi di parole che non ascoltai perché intenta ad asciugarmi. Mi alzai e mentre tornavo nell’altra stanza immaginavo il suo viso. Bello e incazzato. L’avevo scoperto diverse volte a fissare il mio seno mentre mi parlava sulle scale. Chissà come sarebbe stato quel suo “monologo” dal vivo. 

Detto. Fatto. Aprii la porta e lo trovai sul pianerottolo. Io, rappresentante del condominio, dovevo infine affrontarlo, no? «Se paghi le spese ti verrà dato questo per accedere all’ascensore». Lo dissi ondeggiando davanti a lui il sensore. Mi guardò dritto negli occhi. «Fatti i cazzi tuoi!» Era meglio quando guardava altro. Provai a sbattere le ciglia e con tutta la calma che non avevo, risposi: «I cazzi miei sono anche questi. Perché io pago anche per te. Siamo una comunità. E poi non lamentarti se ti senti emarginato». Ecco. Lo sapevo. Se mi concentro sul linguaggio non verbale poi perdo l’altro. L’ultima frase non ci voleva. Feci appena in tempo a scappare in casa che arrivò un calcio alla porta. Il mio cuore batteva forte. Corsi in camera da letto e piansi. Possibile che ognuno pensi solo a sé stesso? I miei studi da pedagogista mi avevano insegnato altro. E anche la Fede. Pensavo al libero arbitrio. Forse, in certi casi è troppo. E in quel giorno le pene erano due! Non dovevo però scordare che vivere lì, per me, era una missione. Come con la pipì, dovevo rimanere concentrata su quest’ultimo pensiero. Il resto no. 

La notte passò. Micia e Ciufolo mi avevano vegliato. Alle cinque decisi, seguita da loro, di andare in cucina, dove c’era la porta d’ingresso, per vedere se fosse intatta. Quasi una cerimonia di commiato al mio sogno di vedere uniti i popoli del mondo. Vidi invece un foglio che sbucava. Lessi velocemente: “Se tu e tuo amore litigare, fare in casa e no scale!” Firma dall’India del piano E. Non aveva capito nulla ma forse d’ora in poi mi avrebbe lasciata stare. Poco più in là trovai anche dei fiori. Tornava all’attacco? “Scusi marito violento.” Non c’era firma. Sospirai. Avevo capito. Solidarietà femminile. Altro che… pene!