Un racconto di M.P.

Baci & marciapiedi

Un racconto di M.P.

Quella sera la baciò per la prima volta. Lo fece con urgenza, con impeto, lei pensò “come si faceva una volta”. Quindi non si può proprio dire che si baciarono, no. Lo fece lui lasciandola senza responsabilità, indifesa e stupita come una cerbiatta che può fuggire e non lo fa. Stavano camminando spalla a spalla e lui fece una torsione improvvisa costringendola tra il suo corpo e una cancellata aggrovigliata di gelsomino, cosicché risultò un bacio caldo al gelsomino, una specie di tisana appassionata.

Simultaneamente gli scivolò il telefono sul marciapiede fradicio di foglie, e nessuno se ne accorse. A volte le benedizioni arrivano così, silenziose e non richieste.

Durò pochissimo, si staccarono, i soci della compagnia teatrale stavano arrivando. In casa dell’amica videro insieme il video della commedia andata in scena la settimana prima. Per loro due, sul divano, lo spettacolo era un altro. Protetti in quel fragile ecosistema di complicità segreta non ci fu alcuna urgenza né alcuna necessità se non restare seduti beatamente su quel languore colpevole. 

Fu per lui un’esperienza straniante. Davanti agli occhi gli amici, lo schermo, il palcoscenico con le luci e i costumi di scena e gli applausi del pubblico; appena dietro, giù e ovunque entro i confini della pelle, lampi e scuotimenti e immagini di mani e corpi e baci su quello stesso divano da cui ridevano e commentavano. Due piani, probabilità, nessuna scelta.

Intanto, a lei sembrava di visualizzare il tumulto delle sue intenzioni come onde di nanoparticelle che, attraverso l’amica ignara seduta in mezzo, arrivavano a lambirla, la circondavano e la racchiudevano. Mentre scherzava con gli altri si vedeva, nella penombra, evidenziata e fluorescente.

Per un’ora restarono così, separati da quell’ingombro della padrona di casa. Ma come se l’elastico che li legava fosse ormai giunto alla massima estensione, alla prima pausa, quando l’amica si alzò per andare in cucina a prendere il gelato, inevitabilmente, con un movimento fluido, lui occupò il suo posto accanto a lei. Notò come fosse agile, quasi distratto, quasi il divano fosse in pendenza e il suo corpo non potesse davvero fare altro che scivolare verso la sua estremità.

Nel centimetro che li separò durante l’ora successiva accadde di tutto, e quando dopo le battute, le risate, i propositi e gli abbracci si congedarono dagli altri, erano stanchi e storditi come due attori porno alle prime armi che avessero appena girato le scene di un film lì sul divano, sotto gli occhi della troupe.

Appena lei risalì in macchina un universo collassò sull’altro. La strada buia e bagnata le veniva incontro rimproverandola, il cavalcavia si metteva di mezzo a ricordarle che c’era, nella notte, una compagna che lo aspettava, le luci degli altri la investivano ferendola e deridendo il suo stupido abbandono.

Dopo pochi chilometri era tornata intatta, coibentata, lucida. Doveva fermare ora, immediatamente, la stronzata. Poteva e doveva, poiché era sola, in quell’abitacolo buio, con la sua coscienza e la sua paura.

Si raddrizzò sul sedile e lo chiamò. Lo chiamò e lo chiamò per quaranta chilometri autovelox compresi. Vedeva il suo nome sul display della macchina, sapeva che il suo telefono squillava e le pareva anche di sentirlo, autorevole e insistente.

Ignorato, in realtà, tra le foglie fradicie del marciapiede. 

Aveva preso una decisione che non gli disse mai. Dopo pensò “magari, un giorno, può darsi”. Ma il tempo davanti, a pensarci bene, non era poi molto, e forse erano felici.