Un racconto di Clotilde Somenzi
Quelle parole non dette
Un racconto di Clotilde Somenzi
Avevano litigato anche la sera prima. Stavano ancora insieme, dicevano, per il figlio. In realtà non c’erano motivi sufficienti, ma il bicchiere era quasi colmo, entrambi ne sentivano il peso.
Lei faceva l’insegnante di tedesco alla scuola per Ragionieri. Il tempo di andata e ritorno le portava via una mezz’ora al giorno. Dopo il cancro allo stomaco aveva perso venticinque chili e si sentiva bellissima. Il suo caschetto castano asimmetrico donava un’aria leggera al suo mento storto. Usciva regolarmente tutti martedì per andare al corso di tango e quasi tutti i venerdì per trovarsi con gli amici tangheri al Bocciolo Rosa. Gli studenti e il ballo le davano energie per sostenere la gestione di Filippo.
Con il padre, Filippo condivideva la passione della batteria. Si assomigliavano tanto. Filippo non parlava. Un orecchio attento capiva i suoi stati d’animo da come suonava la batteria. Per questo motivo si erano trasferiti in cascina. Filippo era un ragazzo speciale cui avevano diagnosticato una sindrome dello spettro autistico.
Il padre si occupava di portarlo e riprenderlo dal centro diurno. Non aveva ancora accettato il pulmino. Lui a casa si occupava della doccia, delle medicine; lui si alzava nel pieno della notte quando Filippo aveva gli incubi e sbatteva con violenza la testa sul muro. Lui lo accompagnava a psicomotricità. Lui gli aveva insegnato ad andare in bicicletta.
Il suo lavoro, veterinario dei grandi animali, gli consentiva di guadagnare bene gestendo diverse stalle di frisone e un allevamento di maiali.
Simona era la segretaria dell’allevamento di maiali. Aveva un seno prorompente e due grandi cosce. Lui impazziva. Simona era separata. Lavorava part time.
Il loro giorno era il mercoledì, poiché Filippo stava al centro fino alle 18.30. Pranzavano insieme nel suo appartamento, adoravano orata al forno e bianco fermo ghiacciato. E poi facevano l’amore. A volte lo facevano anche prima di pranzare. L’attrazione era una formula chimica che si poteva quasi toccare. Poche parole, molto sesso. Come non avevano mai sperimentato.
Erano tre mercoledì che non si vedevano. Il cellulare suonò rompendo la tensione silenziosa. «Sarà il tuo capo».
Filippo era sfuggito all’educatrice, aveva attraversato la strada all’improvviso. Codice rosso, dissero quelli dell’ambulanza. L’investitore, sotto shock, aveva solo ferite lievi. In Pronto Soccorso capì che era il figlio della sua professoressa. La madre era stata raggiunta da una telefonata angosciante del Direttore del Centro Diurno. Lei tremava troppo, non sarebbe riuscita a guidare. Impallidì a tal punto che le labbra sbiancarono, il sudore non si asciugava e la bocca si fece così secca che quasi non riusciva a parlare. Una collega l’accompagnò al Pronto Soccorso. Provò e riprovo a chiamare suo marito, senza alcuna risposta. Avrebbe raccontato poi che era in stalla a fecondare.
In Pronto Soccorso sedarono Filippo e lo fecero ricoverare in Terapia Intensiva. C’era già stato, aveva solo due anni. I medici avevano detto che era stata una crisi epilettica, ma lei sapeva che non era così. Il suo bambino non era come se lo era immaginato, non era come i bambini fotografati su BimbiSaniEBelli. L’aveva tenuto sotto, con una mano sul petto. Sbatteva le gambine, ma lei premeva ancor di più. Questo non l’aveva mai detto a nessuno.
