Un racconto di Elena Sozzi
Tradizioni di famiglia
Un racconto di Elena Sozzi
Ecco dov’è mio figlio Alberto, dove ancora lo riconosco. Col suo incisivo mezzo rotto, mi sorride fiero dalla cornice sulla mensola in salotto. Gli occhi socchiusi al sole scrutano l’orizzonte con la stessa sicurezza di un navigante. Sa qual è il suo posto nel mondo. Il pallone saldo sotto un braccio. L’altro a cingere il fianco di sua sorella Elsa. Anche per me è difficile distinguere le gemelle in una vecchia foto. Il pantaloncino bucato sopra il ginocchio perennemente sbucciato. Le calze abbassate, le scarpe nuove già logore. Ha terra dappertutto. L’avessi saputo allora cosa avrebbe fatto, con le mie stesse mani l’avrei ammazzato. Proprio dopo quella foto, quando eravamo ancora due anime innocenti. Pochi anni sono bastati a questo adolescente sconosciuto per annientare quel bambino, il mio. Il poliziotto mi intima di nuovo: «Dov’è?» Indico la sua porta chiusa, la intravedo soltanto. Eccolo, è mio figlio, eppure non lo riconosco.
Lo vedo di spalle, le manette ai polsi. Lo portano via in fretta. Faccio per avvicinarmi ma mi respingono in quattro. «Dove andate! VENGO». Uno di loro mi schiaccia sul divano: «Si calmi». Sento che crollo. Il divano si scioglie e mi inghiotte. Mi si avvicina l’unica poliziotta, prende con garbo la mia mano. La accarezza, poi mi porge il cellulare. La sua voce è soave: «Andrà tutto bene. Chiami un avvocato». Subito dopo, come uno schiaffo: «Dov’è il cadavere?» Guardo il bagno. Le basta un cenno per far andare il collega. Lei torna a fissare il telefono muto tra le mie mani. Non so che farmene, mai avuto un avvocato. Non è cosa da gente perbene. Chiamo Gaia anche se so che non risponderà. Non mi parla da anni. Squilla a vuoto. Le mando un messaggio: Sono mamma chiamami si tratta di Alberto. Nonostante la tragedia in atto, conservo quel minimo di lucidità per nominarle solo l’adorato fratellino. Ora è il mio telefono che squilla.
«Che c’è! Che è successo?» bercia.
«Babbo è morto, l’ha ucciso Alberto». Così tutto si fa reale e mi piomba addosso mozzandomi il fiato. Anche Gaia sta dall’altro capo muta, mugugnando in una specie di pianto sommesso. Poi la sua voce mi raggiunge aspra, da una distanza siderale, dalle profondità gelide di un ghiacciaio perenne:
«IL PORCO È MORTO! Albi avrebbe dovuto uccidere anche te».
Resisto a un conato di vomito. «Ma che dici…Era pur sempre tuo padre… sono tua madre… ho fatto di tutto per voi».
«Stai zitta, DEVI STARE ZITTA. Tu non sei una madre, una madre li protegge i figli, li ama. E lui di certo non era un padre. I padri delle mie amiche non entravano in camera loro la notte. Perché credi che lei si sia impiccata?»
L’ultimo morso. «No, NO! Babbo non l’ha mai fatto. Vi voleva bene, vi amava. Con Alberto sono stata attentissima, non aveva motivo, nessun motivo per farlo».
«Vedi che allora sapevi?»
Sbatto giù il telefono. Ma come può essere così ingrata. Sempre in ordine erano: puliti, lavati e stirati, i capelli sempre ben pettinati. Tutto gli ho dato, tutto. La casa linda, tutto al proprio posto, tutto profumato. Vestiti nuovi, gite domenicali, regali, vacanze al mare. Tutto. Una vita dedicata a loro, e questo è il risultato. Carlo le ha sempre amate, non ci ha mai fatto mancare nulla. Era un modo per lui di dimostrare affetto. Me lo sussurrava sempre lo zio Gino: «Ti amo piccola… Ti amo… Ssh, nani, zitta, poi passa».
Certo, non l’avrei voluto per loro. Ma anche quello è amore, quello che ho imparato, perlomeno. Quello ho avuto e quello gli ho dato, a tutti loro quattro. Carlo lo amavo e mi amava, e l’amore basta.
