Un racconto di Laura Carri
Tutta colpa del trekking
Un racconto di Laura Carri
Quel sabato di giugno, Angelo e Claudio sarebbero partiti per un trekking al Monte Baldo. Fin dai tempi dell’Università, per trovare pace, bastava chiudere la porta di casa, dirigersi in montagna, inforcare lo zaino e arrampicarsi: durante le escursioni respiravano quella libertà che li aveva uniti in un rapporto leale e solido come le rocce che scalavano. Lì, sulle vette, non avevano affrontato solo le difficoltà dell’alpinismo, ma anche i propri demoni interiori; si erano confidati i propri sogni e le aspirazioni più elevate. Angelo sapeva che se il terreno sotto i suoi scarponi fosse franato, ci sarebbe stato Claudio ad afferrarlo. Sempre. Ma, dal giorno prima della partenza per il Monte Baldo, quelle certezze si erano incrinate.
Venerdì mattina, la suoneria del telefono di Claudio si era diffusa, per qualche secondo, attraverso la porta del suo ufficio. “Ciao!”, poi, silenzio; di solito Claudio animava le telefonate con la sua voce argentina, mentre ora parlava a tratti e sussurrando. “Angelo non lo sa”.
Angelo aveva intercettato quelle poche parole dal corridoio, e ciò era stato sufficiente per spingerlo a immaginare gli scenari più tragici. ‘Forse Claudio è ammalato? Sara mi sta tradendo? È morto qualcuno? Mi licenziano?’ Si era arrovellato per tutto il pomeriggio ma non voleva chiedere nulla all’amico per non ammettere di aver ascoltato una conversazione privata. Solo a notte fonda si era convinto che, forse, si trattava di una cosa poco importante. Era riuscito, con soddisfazione, a mettere a tacere tutto quel chiacchiericcio mentale per dormire qualche ora in previsione del trekking che li attendeva l’indomani.
Il mattino seguente raggiunsero in auto San Michele, punto di partenza dell’escursione; le loro mogli avrebbero invece trascorso la giornata a Malcesine. Indossati gli zaini, si misero in marcia. Claudio impostava l’andatura: i suoi lunghi arti, rivestiti da muscoli elastici e robusti, lo spingevano in avanti e sempre più in alto come un agile stambecco. Angelo lo seguiva: puntava a fondo i bastoncini nel terreno con le braccia nerborute, sincronizzando il respiro che si era fatto più veloce; stavano camminando ormai da un’ora e Angelo scrutava l’amico sperando che, da un momento all’altro, si lanciasse nella rivelazione che tanto agognava. Ma Claudio taceva oppure gli si rivolgeva descrivendo, con maestria, la flora e la fauna che man mano incrociavano. Angelo iniziava a essere irritato, osservava la piega che gli si disegnava sulla guancia sinistra quando sorrideva e immaginava di sferrare un pugno in quel preciso punto, per costringerlo a sputare fuori ciò che gli teneva nascosto.
Nel frattempo erano giunti a Tratto Spino, dove avrebbero pranzato, quando Angelo vide, in controluce, una figura femminile venirgli incontro. Era Sara! Lei, che non era mai andata oltre la collina perché soffriva di vertigini, era lì, a quota 1800 metri. Gli indicò la funivia che partiva da Malcesine. Lui realizzò che vi era salita, per raggiungerlo, affrontando con coraggio le proprie paure.
Tremava leggermente, quindi la strinse a sé e le diede un bacio, orgoglioso. Claudio, poco più in là, gongolava soddisfatto. Angelo capì tutto e volle così baciare anche quella guancia amica su cui, poco prima, aveva immaginato di sferrare un pugno.
La tensione, che aveva accumulata sino a quel momento, si era scaricata completamente.
