Un racconto di Serena Carpaneto
Un caffè
Un racconto di Serena Carpaneto
«Un ristretto, grazie» chiede di fretta la ragazza, salendo l’ultimo gradino all’ingresso del ‘Caffè Italia’.
Il barista annuisce, afferra il filtro della macchina girando le spalle al quotidiano aperto sulle pagine locali. Da giorni si legge solo di quello strano inseguimento tra due automobili lanciate a folle velocità, per le vie del paese. La dinamica è ancora da capire, i responsabili da identificare: nessuna traccia sembra percorribile. “Spariti nel nulla”, dice il titolo.
Pigia il pulsante. Intorno a lui, il rumore d’avvio si fonde con il suono di un telefono.
La ragazza si guarda intorno, osserva i tavoli, sceglie quello dietro la colonna verso la porta che dà sul cortile e si siede. Gli occhi si fermano sulla sua immagine riflessa e distorta nelle superfici di vetro grigio anni Ottanta. Si aggiusta gli occhiali da sole sul naso e passa la mano sugli abiti stropicciati indossati di corsa poco prima.
«Caffè» dice il barista spostando su di lei lo sguardo. Le parole sono ancora nell’aria, quand’ecco che ancora una volta un telefono inizia a squillare.
Lei lo guarda, lui la guarda, entrambi si domandano da dove venga quel suono che fino a quel momento avevano attribuito l’uno all’altra.
La ragazza infila velocemente la mano nella borsa appoggiata sulle gambe, per poi sospirare quando vede lo schermo nero. Da quasi quarantotto ore ha spento il telefono: non può permettersi di lasciare segni dietro di sé e sa bene che nell’etere tutto è tracciato.
Il barista osserva silenzioso i suoi gesti frenetici, mentre saluta con la mano la signora che entra nel caffè.
Il telefono riprende a suonare. Questa volta è lui a frugare tra le carte sotto la cassa: nessun segno, il suo cellulare indica solo l’ora sullo schermo.
Avvia la macchina e china il capo per controllare che non ci sia nulla a terra.
«Un telefono?» chiede la ragazza con tono retorico, quasi ironico – se non fosse per la mancanza di sonno prolungato che la stordisce. Volta il capo da un lato all’altro.
La moneta che cade dal portafoglio della signora la distrae. Torna a fissare l’uomo dietro la cassa, il quale fa esattamente la stessa cosa.
Come per un tacito accordo, entrambi iniziano la ricerca serrata del trillo invadente: spostano, alzano, sfilano oggetti e mobilio nel caffè polveroso e stipato di cose.
Nel bar entra un nuovo cliente, ma il barista non se ne preoccupa, impegnato com’è a frugare tra le scatole accatastate dei vini, mentre la ragazza vaga nella stanza accanto con la borsa stretta in mano quasi stesse per andarsene.
Entrambi si bloccano davanti alla porta di fianco alla dispensa.
«Apriamo?» dice svelta la ragazza.
«Non ho le chiavi» risponde il barista allargando le braccia.
Subito lo squillo interrompe la tregua, pronto a ricordare l’improrogabile appuntamento dietro la porta. Con pochi gesti e una manualità inaspettata, il barista fa scattare la serratura con un colpo secco. All’interno dello stanzino il protagonista: l’oggetto. Squadrato, ferroso, immobile come solo un telefono pubblico sa essere. Di nuovo squilla e il suono, nitido e metallico, li fa trasalire.
La ragazza arranca nella puzza d’umidità, tasta la superficie e afferra la cornetta «Pronto!».
«Ti ho trovata, finalmente» dice la voce dall’altro capo del telefono.
Il barista si limita a osservare la scena: in pochi secondi lei si volta e guarda l’interno del bar. Gli occhi svuotati, la pelle bianca e fredda incorniciano le labbra che di colpo si aprono per sussurrare: «Come hai fatto?», mentre osserva l’uomo al bancone con il cellulare in mano.
