Un racconto di Vittorio Olivieri

Verso Sud

Un racconto di Vittorio Olivieri

Scrutò ancora una volta l’orizzonte, e non vide altro che mare.

Era riuscito a issare il fiocco, anche se solo in parte. Quel brandello di stoffa, tuttavia, gli permetteva di navigare e di non essere più trascinato alla deriva.

L’acqua non era un problema; i pannelli solari erano, chissà come, rimasti intatti e facevano funzionare il dissalatore. Il problema era il cibo: le scorte stavano per esaurirsi, insieme alle sue speranze d’essere tratto in salvo.

Desiderò non aver mai risposto a quella telefonata.

Quella sera stava per uscire dall’ufficio, quando il telefono all’improvviso squillò. Indugiò un istante, incerto se rispondere. Fissò l’orologio appeso alla parete: erano le 7.

«Pronto?»

«Sono Steven».

«Stavo andando a casa, possiamo sentirci domattina? È stata una lunga giornata».

«Ho del lavoro per te, un trasferimento alle Hawaii».

«Sono appena rientrato, non credo che…»

«15.000 dollari».

«15.000? È uno scherzo?»

«Più il volo di andata e ritorno e tutte le spese. La barca si trova a San Francisco. Devi portarla a Honolulu. Ci vorrà una settimana».

L’uragano l’aveva colto in pieno oceano, il quarto giorno di navigazione. I venti a 130 nodi avevano sollevato l’imbarcazione di 44 piedi come fosse un fuscello, capovolgendola. Poi, le onde, l’avevano rimessa in assetto di navigazione, disalberata ed enormemente danneggiata: radio e motore fuori uso, la randa e buona parte delle attrezzature di coperta inservibili.

Doveva provare a pescare. Ma come? Le canne erano finite fuori bordo, insieme ai suoi effetti personali, al telefono satellitare e a mille altri oggetti.

Di nuovo valutò la possibilità di immergersi con la maschera per pescare con la fiocina, ma sarebbe stato difficilissimo, oltre che assai rischioso.

Adesso il vento era una brezza leggera e tiepida: da dove era arrivata quella furia, che aveva stravolto il cielo e il mare? La tempesta l’aveva spinto a sud, completamente fuori rotta,e ora Liam stava cercando di raggiungere la Polinesia, ma la forte corrente scarrocciava la barca, con la deriva danneggiata.

Scese ancora una volta in dinette, a rovistare nella cambusa. Frugò disperatamente in tutti gli armadi, in ogni stipetto, gettando il contenuto alla rinfusa. C’erano solo poche scatolette e pentole, piatti, posate: nient’altro.

Stava per tornare sul ponte, quando i suoi occhi fissarono una sporgenza, dentro la credenza. Finora non l’aveva notata. Provò a tastarla, sembrava che si muovesse.

“Vuoi vedere che hanno lasciato dei viveri di emergenza in un doppiofondo?”, pensò.

Il pannello si muoveva tutto. Cominciò a forzarlo, a tirarlo. Niente da fare. Scese svelto nella stiva, là doveva esserci qualcosa di adatto per scardinarlo. Trovò una spranga di ferro e provò a far leva con quella. Il pannello cedette, rivelando un’ampia cavità.

Infilò la mano, quasi timoroso, e tirò fuori un pacchetto ricoperto di nastro isolante, di colore scuro. Sempre più interdetto, con un coltello tagliò il nastro, scoprendo una polvere bianca.

«Oh Cristo… Hai capito i vecchietti? Facevano i festini a bordo!»

Poi inserì di nuovo la mano, e con enorme stupore, estrasse un altro pacchetto uguale. Che storia era mai questa? Allungò il braccio nella fessura e continuò ad asportare gli involti, uno dopo l’altro. Forzò di più il pannello, e scoprì che tutta l’intercapedine era zeppa di pacchetti: erano chili, forse quintali di cocaina!

Dunque era per questo che bisognava trasferire la barca! Gli armatori erano narcotrafficanti! E Steven era d’accordo con loro? Possibile che non lo sapesse?Eppure non gli aveva detto niente.