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La foresta dei violini, a Paneveggio c’è l’abete rosso della Val di Fiemme usato anche da Antonio Stradivari

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C’è una foresta di abeti rossi a Paneveggio, in Val di Fiemme. La chiamano “foresta dei violini” perché qui sono cresciuti e crescono alberi secolari, caratterizzati da anelli di crescita molto sottili e perfettamente concentrici, fibre dritte e fini, con scarsità di nodi. L’ideale per la fabbricazione delle casse armoniche degli strumenti musicali, tanto che i liutai veneziani e lo stesso Antonio Stradivari si rivolgevano ai boscaioli di Paneveggio per approvvigionarsi del legno da utilizzare per i loro violini più preziosi. Si può dire che nelle sale da concerto di tutto il mondo risuoni un po’ di questa valle trentina che da Predazzo, in Val di Fiemme, risale verso i 1984 metri del Passo Rolle al cospetto di uno degli scenari dolomitici più belli e celebrati, il gruppo delle Pale di San Martino.

La foresta degli abeti da risonanza è il cuore del Parco naturale Paneveggio Pale di San Martino, istituito nel 1967, che oggi protegge complessivamente una superficie di circa 20 mila ettari. Di questi, circa 2700 appartengono alla foresta di Paneveggio, una delle più vaste delle Alpi. Dal Centro visitatori del Parco (lungo la strada di Passo Rolle), ricavato nei locali di una storica segheria veneziana, partono alcuni dei sentieri più interessanti, quello della Val Miniera e il sentiero Marciò ad anello lungo il corso del torrente Travignolo, che in questo punto scorre in una profonda forra. A Malga Bocche (1946 m) si trova un rifugio custodito dove ci si può rifocillare godendosi il panorama dei prati in cui pascolano mucche e cavalli avelignesi. Lo spettacolo della grande macchia scura della foresta che spicca sullo fondo dei «monti pallidi» ricorda la lunga storia di questa storica riserva, appartenuta prima ai principi del Tirolo, poi all’Impero Asburgico e oggi affidata al servizio parchi e foreste demaniali della Provincia di Trento. Sopra la fascia dominante di abeti rossi che costituiscono il 90% della foresta si riconoscono gli abeti bianchi, i larici e i pini cembri. Molti alberi secolari sono sopravvissuti ai danni della Grande Guerra, poi a cicloni e alluvioni succedutisi in anni più recenti. A partire dal 1957 è stato reintrodotto il cervo e oggi all’interno della foresta se ne contano ben 500 esemplari. A Paneveggio si può visitare l’area faunistica che permette di osservarli da vicino.

Più in alto, risalendo la Val Venegia si apre il panorama delle crode dolomitiche delle Pale di San Martino. Sul Passo Rolle domina il poderoso pilastro del Cimon della Pala (3184 metri), uno spettacolo a tutte le ore del giorno, con il variare della luce. Siamo sul vertice nord-occidentale della catena delle Pale, che si snoda verso sud con cime famose come la Pala di San Martino, il Sass Maor e più a est la Cima Canali, la Fradusta. Un parco d’arrampicata fra i più spettacolari del mondo qualcuno lo confronta con Yosemite e Verdon – in cui si sono cimentati tutti i grandi nomi dell’alpinismo da Ettore Castiglioni a Hermann Buhl, da Reinhold Messner a Maurizio Zanolla.

Alla portata di tutti è invece la salita al Rifugio Rosetta, situato a quota 2581 nel cuore delle Pale. Da San Martino di Castrozza, sul versante feltrino di Passo Rolle, ci si serve prima della telecabina Colverde e poi della funivia Rosetta. Dalla stazione a monte, raggiungere il rifugio è una comoda passeggiata di circa 15 minuti. Si scoprirà allora l’altra faccia delle Pale, il grande altopiano centrale che si stende a quote comprese fra i 2500 e i 2700 metri di altitudine. Un magnifico e solitario ambiente carsico, con doline e inghiottitoi. La traversata al Rifugio Pradidali non è particolarmente faticosa e permette di scoprire anche il versante meridionale delle Pale.

Una zona molto ricca di eccellenze casearie, come la vicina Valle del Vanoi, dove da tempi immemorabili si produce il Botìro di Primiero, un burro che nasce dalla panna che affiora naturalmente dal latte munto durante il periodo in cui le mucche vivono negli alpeggi estivi. Ai tempi della Serenissima, il Botìro di Primiero era considerato il burro migliore che si potesse acquistare sulla piazza di Venezia. Dal 2009 è diventato un presidio Slow Food e ne è stata rilanciata la produzione, in quantità limitate com’è naturale per un prodotto d’alpeggio. E poi altri due formaggi, il Nostrano e la Tosèla di Primiero, che si gusta fresca ma anche rosolata a fette nel burro e servita come accompagnamento della polenta. Nel corso dell’estate l’Ecomuseo del Vanoi (tel. 0439.719106 ) organizza visite alla Malga Fossernica di Fuori dove viene prodotto il Botìro.

 

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