Lettere
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Sulla videnda Del Turco, un'interpretazione strumentale

da Luciano Pizzetti

Gentile Direttore,
Gianmario Beluffi usa strumentalmente la vicenda giudiziaria che vede protagonista l’ex presidente della regione Abruzzo, per sostenere l’astrusa tesi che nel PD le donne e gli uomini di provenienza socialista sono reietti. Viceversa nel PdL trovano casa naturale. Ora, al netto del rispetto delle convinzioni di ognuno, trovo costituisca una curiosa iperbole l’asserire che i valori fondanti il pensiero socialista si esprimano nel centrodestra, insieme a La Russa e Gasparri. Ovvietà a parte, vorrei evidenziare che l’atteggiamento degli organismi del PD sul caso Del Turco sono stati i medesimi nel caso Penati, nel caso Tedesco e in tutti quegli spiacevoli casi che vedono iscritti al Partito, per di più con responsabilità istituzionali, coinvolti in vicende giudiziarie a loro carico. Chi è eletto non è casta! Ma neppure cittadino tra i tanti. Ha responsabilità maggiori. Di onori ne ha ormai nessuno ma gli oneri sono doverosi, anche per riconquistare l’onore. L’eletto che è sottoposto ad indagine per reati, tanto più se gravi, non può attendere il giudizio finale del processo. Deve dimettersi, anche se si considera innocente. È un tema delicatissimo sul piano del diritto e a volte fonte di gravi ingiustizie individuali e politiche. Ne sono consapevole e la cosa turba giustamente le menti delle persone libere. Eppure l’etica pubblica non consente di fare diversamente. Certo, nel caso d’innocenza occorre che l’ordinamento e la politica prevedano l’equo risarcimento, a partire da quello morale. È un diritto di cittadinanza, non castale. E occorre che il magistrato che ha sbagliato con evidenza renda conto degli errori commessi. Una seria riforma della giustizia non può non considerare il comportamento di chi la amministra. La responsabilità deve accompagnarsi alla professionalità e al merito, oltre che all’indipendenza. Cosicché davvero tutti siano uguali di fronte alla Legge. Tutti siamo cittadini, con doveri diversi ma medesimi diritti.

Come considerazione politica finale direi che la cultura socialista, al netto delle degenerazioni di chi l’ha rappresentata tra gli anni ottanta e novanta in un sistema politico a sua volta in varie forme degenerato, è stata spesso antesignana nel rappresentare talune innovazioni necessarie all’Italia. L’intima connessione tra diritti e doveri, frutto di quella felice elaborazione, è ancora oggi questione centrale, e irrisolta, dell’irrinunciabile riformismo nazionale. Il PD ha raccolto quel testimone in sinergia con i movimenti e i soggetti riformisti europei. Ecco perché il socialista Del Turco, al netto di responsabilità penali tutt’ora non dimostrate, doveva dimettersi. Proprio per la consapevolezza che la sua impostazione politica alberga nel pluralismo culturale di cui il PD è espressione, anche se a tratti più confusa che felice. Sta al rinnovato incontro tra il riformismo socialista e le culture riformiste di altra matrice affermare la praticabilità dell’innovazione italiana, levatrice della Terza Repubblica. Non sintesi di antichi pensieri ma pensiero nuovo.

 

Luciano Pizzetti
Direzione nazionale PD

 

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