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Due anni fa petrolio nel Lambro Indagini chiuse, ma i colpevoli? Il reportage di Valentina Rigano

lambro

Un’abile mano nella notte, lo stridere delle valvole di sicurezza che si perde nel silenzio e in pochi minuti 2.600 tonnellate di olii combustibili e miscele di idrocarburi contenuti nelle cisterne della Lombarda Petroli, hanno invaso le acque del fiume Lambro, contaminando flora e fauna.

A due anni di distanza dalla terribile tragedia ecologica lombarda, avvenuta nella notte tra il 22 ed il 23 febbraio del 2010, la Procura di Monza ha chiuso le indagini per disastro ecologico della ex petrolchimica di Villasanta. A finire nel mirino della Giustizia, potrebbero essere i fratelli Tagliabue, proprietari degli impianti, e due dei loro dipendenti.

All’alba del 23 febbraio 2010, le vasche del depuratore acque reflue Alsi di San Rocco sono state invase da un vischioso manto nero. L’allarme è stato lanciato dai primi operai arrivati al lavoro, alle 8 del mattino. L’immensa macchia scura, non più contenibile dal depuratore, ha invaso in pochissimo tempo le acque del fiume. Trasportata dalle correnti, in men che non si dica è arrivata fino al Po, trascinandosi dietro tutto ciò che ha incontrato. Un pool di tecnici, autorità locali e regionali, si è costituito nelle sale della società Brianzacque, per gestire l’emergenza e gli interventi di Protezione Civile, WWF, volontari e camion-pompa. Fin da subito l’attenzione degli inquirenti, Polizia Provinciale, Carabinieri, Procura ed Istituzioni, si è concentrata sull’ex raffineria di via Raffaello Sanzio a Villasanta.

Ricostruita la dinamica dei fatti, ascoltati tutti i dipendenti presenti nei turni immediatamente successivi alla tragedia, i Pm Emma Gambardella e Donata Costa, hanno tirato le somme. Per il custode dell’impianto, da anni costituito da cisterne deputate al solo stoccaggio di olii combustibili ed idrocarburi, si profila l’accusa di omessa custodia. Per i fratelli Rinaldo e Giuseppe Tagliabue, le accuse potrebbero essere molto pesanti: disastro doloso. Le indagini fiscali eseguite sulla loro società, avrebbero evidenziato una distrazione di capitale, presumibilmente corrispondente a decine di migliaia di euro di iva non pagata. Questo, secondo gli investigatori, avrebbe permesso ai Tagliabue di dichiarare molto meno combustibile di quello realmente stoccato, causa di un disastro ecologico senza precedenti. Per evitare un controllo approfondito dell’Agenzia Dogane, i due avrebbero quindi avuto tutte le motivazioni per spingere dipendenti compiacenti a far sparire le prove, aprendo le valvole dell’impianto e facendole defluire nelle fogne.

 

Valentina Rigano
Mb news

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