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Il Maestro Cappello in concerto al teatro di Casalmaggiore: «Una gratificazione per i musicisti, un'inconsueta opportunità per la città»

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Non capita spesso di avere in teatro a Casalmaggiore ospiti di talento quali Roberto Cappello, direttore del Conservatorio di Parma che, sabato 31 marzo siederà alla tastiera, diretto da Matteo Pagliari e affiancato dall’orchestra dell’istituzione da lui presieduta, per proporre al nostro pubblico il concerto n. 5 op. 73 di Beethoven e il n. 1 op. 23 di Ciaikovskij.

Interprete di fama mondiale e di straordinaria levatura artistica, il maestro, pugliese di nascita ma romano d’adozione, ha iniziato la carriera giovanissimo esibendosi all’età di soli sei anni presso la Konzerthaus di Vienna. Dopo aver ottenuto importanti riconoscimenti, si è affermato definitivamente nel 1976 conseguendo il primo premio assoluto al Concorso Internazionale Ferruccio Busoni di Bolzano e, da lì, ha iniziato una strabiliante carriera che lo ha portato a calcare i palcoscenici di tutti i continenti. Ogni suo concerto si conclude con una standing ovation ma, nonostante tale successo di pubblico e critica, Cappello si propone sempre ai suoi interlocutori con quella semplicità e modestia tipica dei veri «grandi» e anche nei nostri confronti sa esprimere al meglio la sua intrigante personalità.

Maestro, come è nato l’evento che la nostra città ospiterà domani sera?
«Avevo già suonato a Casalmaggiore in due circostanze una ventina di anni fa e di tali concerti conservo ancora un piacevole ricordo. Quando l’associazione «Amici del Casalmaggiore International Festival», che si occupa della stagione musicale cittadina, mi ha reinvitato per un recital, ho accettato molto volentieri, a patto di essere affiancato dall’orchestra del Conservatorio che dirigo. Avevo capito infatti che si trattava di un’occasione imperdibile per realizzare l’idea, nella mia mente da tempo, di promuovere l’attività orchestrale del Conservatorio offrendo ai giovani la possibilità di salire in palcoscenico e, in tal modo, assimilare quell’esperienza necessaria per affrontare la carriera professionistica».

Nel corso della sua lunga carriera ha avuto modo di esibirsi accompagnato da importanti orchestre e diretto da colossi della bacchetta. Quali differenze ha riscontrato nell’affrontare lo studio dei due concerti a fianco di giovani allievi in via di formazione?
«Ci sono delle differenze sostanziali, ma che non riguardano certo l’aspetto qualitativo. L’orchestra professionista affronta costantemente un repertorio che poi le diviene assolutamente familiare. L’orchestra giovanile, formata da studenti abituati a confrontarsi con un programma scolastico specifico per il proprio strumento, non presenta al contrario questo tipo di esperienza in quanto solo in determinate occasioni ha l’opportunità di avere a che fare col discorso sinfonico. Il concerto che presenteremo sabato 31 marzo offrirà due opere assai significative nel loro genere proponendosi come un’incredibile opportunità formativa per i ragazzi che, una volta preparati i brani da suonare insieme, potranno assaporare l’atmosfera del teatro, la tensione di fronte al pubblico, i momenti di attesa dell’esibizione, e tanti altri aspetti connessi all’attività artistica».

Nella direzione di un’istituzione tanto importante quale il Conservatorio di Parma ha in mente un particolare modello al quale far riferimento?
«Il mio modello è certamente quello tedesco. In Germania, infatti, sono attive un centinaio di orchestre stabili e  ogni città di medie dimensioni possiede una propria compagine che fa fronte a tutta la programmazione musicale. Questo dovrebbe verificarsi pure in Italia dove sarebbe opportuno che fossero attive tante orchestre che «producono» musica quanti sono i conservatori. Ciò permetterebbe tra l’altro di ridare vita con un’attività sinfonica e lirica ai tantissimi teatri italiani, veri e propri gioielli architettonici che, purtroppo, rimangono cattedrali nel deserto».

E nella sua professione di pianista c’è un suo modello di riferimento?
«Provengo da una generazione in cui i modelli erano davvero grandi, a partire da Horowitz, per passare poi a Rubinstein, Benedetti Michelangeli, Richter; ai miei tempi non vi era che l’imbarazzo della scelta. Naturalmente con la maturità ho trovato una mia fisionomia, ma è giusto aver avuto dei riferimenti iniziali».

Sappiamo che in gioventù ha lavorato con Morandi, Ranieri, Celentano e che ha suonato pure per la registrazione di un grande successo di quest’ultimo cantante, il celeberrimo «Azzurro». Tali esperienze nel campo della musica leggera hanno influito sulla decisione di inserire tra i corsi dell’istituzione da lei diretta l’insegnamento della «popular music»?
«Effettivamente da ragazzo ho avuto modo di affrontare il genere allora definito in modo quasi dispregiativo «musica leggera», oggi detto «popular music». Non mi pentirò mai di tali esperienze che hanno contribuito in maniera significativa alla mia formazione di artista con un percorso che mi ha consentito di scandagliare alcuni linguaggi molto distanti dalla musica classica. Si è trattato di una grande palestra che mi ha arricchito molto, sia dal punto di vista umano che psicologico. Certo il mio passato ha influito sulla decisione intrapresa di attivare nel Conservatorio di Parma il triennio dedicato a tale genere, soprattutto perché ritengo giusto conferire dignità culturale e istituzionale a questa forma di linguaggio musicale. Nell’ambito della musica leggera operano infatti artisti di grande levatura che non si sono mai visti riconoscere il proprio sapere dal punto di vista accademico; e ciò mi sembra profondamente ingiusto».

Da diversi anni opera sia in Conservatorio a Parma che in masterclasses un po’ dovunque e, pertanto, ha avuto a che fare con diverse centinaia di allievi. Vuole esprimerci alcune considerazioni sulla sua esperienza didattica?
«Ormai sono trent’anni che insegno in Conservatorio ed ho accumulato moltissime esperienze non solo musicali, ma anche umane. Al proposito mi sono convinto sempre più del fatto che un risultato davvero produttivo ed efficace non possa nascere da un mero intervento tecnico e che, al contrario, sia necessario stabilire sempre con l’allievo una sintonia tale da favorire la comunicazione del messaggio etico da trasmettere. Non bisogna dimenticare infatti che i problemi si presentano con sfaccettature diverse e richiedono interventi individuali a seconda dell’allievo che li deve risolvere. Come nella somministrazione di un farmaco è indispensabile tenere in considerazione le condizioni del paziente e la posologia alla quale attenersi perché non si abbiano a riscontrare effetti indesiderati, allo stesso modo in campo artistico è essenziale una buona dose di duttilità che possa far individuare la maniera idonea per ottenere risultati efficaci. A tal proposito giocano un ruolo importantissimo la psicologia e il tipo di comunicazione».

Ci vuole ricordare un qualche episodio curioso legato alla sua attività concertistica?
«Non posso dimenticare e sorridere di un episodio accaduto una ventina di anni or sono. Ero a Trieste dove la sera avevo suonato Beethoven diretto da Claudio Abbado. La mattina dopo al Teatro Sistina di Roma mi attendeva un altro concerto, peraltro trasmesso in diretta a Radio 3. L’unica possibilità per arrivare in tempo all’appuntamento era di servirmi del treno diretto nella capitale che partiva da Trieste intorno a mezzanotte. Al termine degli applausi, in fretta e furia corsi alla stazione; non feci neppure in tempo a cambiarmi e, ancora in frac, salii in vettura e viaggiai così. Al mio arrivo a Roma mi attendevano gli organizzatori dell’evento, increduli e quasi sconvolti nel vedermi giungere conciato in quel modo».

Quando suona riesce a percepire l’attenzione del pubblico?
«Oh, certo! Come qualunque altro musicista avverto immediatamente sia la partecipazione che l’interesse nell’ascolto da parte del pubblico».

La critica esalta soprattutto le sue interpretazioni lisztiane, autore evidentemente a lei congeniale per temperamento e sensibilità. C’è un qualche musicista che cerca di evitare in quanto lontano dal suo modo di esprimersi?
«Ogni brano che affronto è frutto di una mia libera scelta, ma non rifiuto mai nessun autore a priori. Mi gratifica molto comunque l’essere considerato un grande interprete lisztiano, anche se, pur avendo eseguito in maniera assidua Liszt soprattutto da giovane, ho in seguito allargato gli orizzonti del mio repertorio».

In passato ha avuto occasione di proporsi al pubblico di Casalmaggiore in due diverse circostanze. Cosa ricorda di quei momenti?
«Non ho mai dimenticato i due concerti realizzati a Casalmaggiore, pur tanti anni fa. Il primo degli stessi doveva aver luogo nella chiesa di San Leonardo in una fredda serata autunnale. Nell’attesa dell’inizio della mia esibizione ingannavo il tempo camminando su e giù per una stanza della canonica e lì giungeva un intenso profumo di ragù che ho ancora impresso indelebilmente nella memoria!!».

C’è qualcosa in particolare che lo ha colpito della nostra città?
«È una città in cui torno sempre volentieri e che per anni ho frequentato in quanto vi abitano alcuni amici.  Casalmaggiore mi è sempre apparsa equilibrata, signorile, ricca di fascino, di giuste proporzioni, con un fermento per il teatro e, un tempo, anche per la musica».

Cosa ne pensa del nostro teatro?
«Si tratta di una splendida struttura architettonica provvista di tutti i presupposti perché possa riprendere a pieno ritmo la grande attività musicale. Non dobbiamo dimenticare infatti che i teatri sono nati per la musica e solo in un secondo momento sono stati utilizzati per altri generi di spettacolo».

Le capita spesso di trovare un pianoforte quale il Fazioli, presente in teatro a Casalmaggiore, in piccole realtà territoriali quali la nostra?
«Non capita spesso di avere a che fare con uno strumento di tale rilievo in piccole realtà, mentre è più scontato che un Fazioli sia presente nel Conservatorio di Parma. A maggior ragione, quindi, a Casalmaggiore va ripresa l’attività concertistica».

Cosa si aspetta dal pubblico di Casalmaggiore?
«Vorrei che intervenisse numeroso  a questo concerto e che approfittasse di questa (per ora) inconsueta opportunità. La reputerei una sorta di gratificazione per la città e pure per i giovani musicisti che stanno vivendo questa esperienza con grande passione. Vedere che c’è fervore, seguito e adesione costituisce certo un incentivo a dare il massimo e mi auguro che il pubblico risponda entusiasticamente a questa proposta in modo tale che a Casalmaggiore si creino i presupposti per una futura e più intensa programmazione di eventi in collaborazione con il Conservatorio di Parma».

 

Paola Cirani

 

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