Cronaca
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Detenzione di reperti, la Cassazione ribalta la filosofia della prova

L'avvocato Guido Priori

Anni fa Matteo Morelli, cremonese, aveva acquistato in un negozio di Budapest 84 monete in bronzo e quattro fibule romane e poi le aveva messe in vendita sulla sua bancarella. Nel 2007, però, il materiale era stato sequestrato dai carabinieri e Morelli era stato accusato di essersi impossessato illecitamente di pezzi provenienti dal patrimonio archeologico. Oggi l’imputato, assistito dall’avvocato Guido Priori, è stato assolto dal giudice Francesco Sora, che ha dato ragione alla linea sostenuta dalla difesa (il pm onorario Silvia Manfredi aveva chiesto una pena di un mese e 50 euro di multa). L’avvocato Priori ha richiamato alcune sentenze secondo cui deve essere il cittadino, trovato in possesso di reperti di interesse archeologico, a dimostrare, fornendo la prova, la provenienza lecita degli stessi. Secondo magistrati e studiosi,  però, tale dimostrazione è una “probatio diabolica”, cioè estremamente difficile, spesso impossibile, anche da parte di chi possiede legittimamente i beni. L’avvocato Priori ha quindi citato la sentenza della Cassazione Penale del 16/3/00 n.5714 che in sostanza “ribalta la filosofia della prova”, affermando che deve essere l’accusa a dimostrare la provenienza illecita e non l’accusato a dimostrare quella lecita. Per Priori, il materiale “non proviene dal nostro patrimonio archeologico e non c’è prova che il mio cliente se ne sia impossessato illecitamente”. Il giudice, dopo la sentenza, ha disposto la restituzione di tutto il materiale sequestrato.

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