Un commento

8 settembre, commemorazione in Cortile Federico II

vigili

8 settembre 1943, una data importante per il nostro Paese. E’ la data dell’annuncio dell’armistizio con gli alleati e della fine del patto con la Germania, ma anche la data della dissoluzione dell’esercito italiano e della cattura di centinaia di migliaia di militari. Per ricordare tutti coloro che allora persero la vita, o vennero imprigionati, questa mattina, il sindaco Oreste Perri ha deposto una corona d’alloro alla lapide, posta sotto i portici di Palazzo Comunale, che ricorda i caduti dell’8 settembre. Alla cerimonia, organizzata dall’Amministrazione comunale in collaborazione con l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, con l’Associazione Nazionale Partgiani Cristiani e l’Associazione Nazionale Divisione Acqui, hanno partecipato le massime autorità civili e militari cittadine. Prima della deposizione della corona di alloro, rivolgendosi a tutti i presenti, il sindaco ha pronunciato il seguente intervento:

Autorità civili e militari, rappresentanti delle associazioni combattentistiche, partigiane e dell’associazione Divisione Acqui, celebriamo questa mattina la data dell’8 settembre 1943 che segnò uno dei momenti più difficili della nostra storia nazionale unitaria, ma che rappresentò anche una delle prove più grandi della forza vitale della politica italiana.
Ci troviamo qui, nel Cortile Federico II, come segno di una vicinanza ideale a tutti coloro che vissero, combatterono, e molti di loro morirono, per difendere la libertà della nostra patria e della nostra città.
L’8 settembre 1943 sancì il crollo – nella sconfitta e nella resa – di quel disegno di guerra che aveva legato l’Italia alla Germania nazista.
Numerosi e straordinari furono gli episodi di resistenza contro i tedeschi che videro in tutto il Paese il mese di settembre, in Italia e all’estero, nostri reparti e mezzi militari delle diverse Armi, seguire la via della dignità e dell’onore e tenere vivo il senso della fedeltà all’impegno della difesa dello Stato.
Certo l’episodio più drammatico e tragico, ora definitivamente tolto dall’oblio della dimenticanza, fu quello di Cefalonia dove il 13 settembre si ebbe il primo scontro tra gli italiani e le truppe tedesche.
L’epopea di Cefalonia, che contò in totale quasi 10 mila morti, riassume e sintetizza il dramma dei militari italiani dislocati all’estero; nello stesso tempo il comportamento della truppa e degli ufficiali dimostra che, sotto divise e regolamenti, agisce sempre una spinta etica che contrasta con la brutalità della guerra.
Vorrei ricordare in questa occasione Bruno Villa, presidente provinciale per tanti anni dell’Associazione Divisione Acqui, scomparso due anni fa, testimone instancabile e onesto di una delle pagine più tragiche della seconda guerra mondiale e che ha operato nel corso di tutta la sua vita per tenere viva la memoria dei tragici avvenimenti di Cefalonia.
Anche nella nostra città vi sono stati esempi di eroismo da parte di militari caduti nel tentativo di ostacolare l’occupazione tedesca dopo l’armistizio: in effetti Cremona fu una delle città in cui più forte fu la tenacia dei militari presenti nelle nostre caserme di fronte all’attacco sferrato dalla Wermacht e dalle SS.
Le testimonianze di chi visse quei giorni parlano anche di una grande solidarietà offerta ai soldati da parte dei cremonesi disponibili ad accoglierli nelle loro case, dove li nascondevano e davano loro abiti civili, pur consapevoli del grande rischio che correvano e che ad alcuni di loro costò anche la vita.
Il prof. Mario Coppetti, già presidente provinciale dell’ANPI, durante la celebrazione dell’8 settembre tenuta in Comune nel 2003, nella ricostruzione dettagliata di quei giorni, ricordava anche i tanti militari che “furono fatti sfilare, tra la commozione e la rabbia dei cremonesi, al centro di raccolta di Mantova da dove proseguivano per i campi di prigionia in Germania e Polonia”.
E come non ricordare, prosegue sempre il prof. Coppetti, “il rischio dei ferrovieri che rallentavano i treni per permettere a qualche prigioniero di saltare giù dai carri bestiame scoperti.”
Dunque la storia della resistenza è stata segnata, in un primo momento, dall’azione dei militari, animati dal senso del dovere, della fedeltà e della dignità, compresi quelli deportati nei campi tedeschi, avendo rifiutato l’adesione alla Repubblica di Salò.
In seguito fu accompagnata dalla strenua ed impavida volontà di riscatto e dalla speranza di libertà e giustizia che condussero tanti uomini e tanti giovani a combattere nelle formazioni partigiane, a costo anche del sacrificio della vita.
Il punto di incontro e di sintesi di queste due linee fu un ritrovato amore per la patria, una volontà comune di fare rinascere l’Italia, al di là delle divisioni fratricide del 1943-45.
Condividiamo ora l’impegno di fare memoria di un passato tragico, perché da tutti noi sia sempre sostenuto il ripudio della cultura della guerra, dell’odio fratricida, come richiama l’articolo 11 della nostra Costituzione, e perché ciascuno rinvigorisca il senso di corresponsabilità nella costruzione della pace, della giustizia e del bene comune.
Quanto è auspicabile che il dialogo, il confronto, la trattativa siano sempre considerati i mezzi principali per risolvere controversie in ogni luogo e per questioni di ogni tipo!
La violenza e la guerra sono sempre una sconfitta per l’uomo.
“Felice quella terra che non ha bisogno di eroi”, recitava un grande drammaturgo. Se così fosse, significherebbe che il tessuto della vita quotidiana di quella società è pervaso da un autentico spirito di collaborazione e dalla volontà di essere, in quanto uomini e in quanto cittadini, sempre e in ogni momento, a costruire la pace e la democrazia nella quale la diversità della culture, come delle varie posizioni ideologiche o politiche, deve risultare un vantaggio, un’opportunità di crescita e non la radice di conflitti e divisioni.
Con questo spirito intendiamo oggi tenere viva la memoria del passato e, con una fiducia convinta e condivisa nel domani, diventare testimoni credibili di speranza e di bene.
Viva la libertà, viva la democrazia, viva l’Italia, viva Cremona!

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Commenti
  • E’ UNA CANZONE SENZA TITOLO.

    “…….tanto per canta’ per fa’ qualche cosa.
    Nun e’ niente de straordinario
    e’ roba der paese nostro
    che se po’ canta’ pure senza voce.
    Basta ‘a salute
    quanno c’e’ ‘a salute c’e’ tutto.
    Bast”a salute e un par de scarpe nove
    poi gira’ tutto er monno
    e m”a accompagno da me.….”

    Luciano, onorevole Pizzetti: ottima la vostra presenza…ottima alle celebrazioni dell’8 di settembre. Ma dico io: la salute…scoppiate di salute, ve la leggo negli occhi; il paese vostro è sempre il medesimo di …ant’anni fa; cantare…ultimamente mi sono accorto che non cantate poi così tanto spesso fuori dal coro; girare il mondo…beh volentieri lo girate in lungo ed in largo; ma un paio di scarpe nuove, una camicia a modo, una giacchetta…anche se parecchi, per la giacchetta, vi tirano volentieri…NON POTEVATE INDOSSARLI!? Già l’abito non fa il monaco, già, dunque l’invito a diffidare delle apparenze, molto spesso ingannevoli nel giudicare una persona. Tuttavia, la prossima volta, tuttavia….! Così “…tanto per canta’, per fa’ qualche cosa…!” Eppure noi c’eravamo a testimoniare “Contro le dittature ad affermare la libertà per riaffermare l’inalienabile diritto della persona umana ad una vita libera, sicura e dignitosa”, scarpe o non scarpe nove, giacchetta o in manica di camicia. W L’ITALIA!

    giorgino carnevali